Pubblicato il Marzo 15, 2024

L’immersione sulle Tegnùe non è solo un’attività ricreativa, ma un atto di custodia attiva: ogni subacqueo può diventare un guardiano di questi fragili ecosistemi, applicando tecniche a impatto zero.

  • Le Tegnùe non sono rocce inerti ma complesse biocostruzioni, frutto di secoli di lavoro da parte di organismi marini, che ospitano una biodiversità paragonabile a quella delle barriere coralline tropicali.
  • Minacce come la pesca a strascico, gli ancoraggi selvaggi e i cambiamenti climatici stanno mettendo a rischio la loro sopravvivenza.

Raccomandazione: Adotta un approccio consapevole all’immersione, privilegiando l’assetto perfetto, la pinneggiata a rana e l’ormeggio alle boe ecologiche. La tua passione è la prima linea di difesa per il futuro di questi tesori sommersi.

Per molti, l’Adriatico evoca immagini di spiagge sabbiose e fondali uniformi. Eppure, nascoste sotto la superficie, esistono delle vere e proprie oasi di vita, cattedrali biologiche che rivaleggiano in complessità con le più famose barriere coralline. Parliamo delle Tegnùe e delle formazioni coralligene, ecosistemi unici che punteggiano il Mediterraneo. Per un subacqueo del Nord-Est Italia, abituato a cercare la bellezza oltre le rotte più battute, queste formazioni rappresentano una frontiera di esplorazione a portata di mano.

Spesso si sente dire che “bisogna proteggere il mare”, un’affermazione tanto vera quanto generica. Questo articolo vuole andare oltre. Non ci limiteremo a descrivere la meraviglia delle Tegnùe; adotteremo la prospettiva di un biologo marino che si rivolge a chi il mare lo vive da vicino: voi subacquei. L’idea di fondo è contro-intuitiva: la chiave per la salvaguardia di questi habitat non risiede solo in leggi e divieti, ma nella trasformazione di ogni immersione in un atto di custodia attiva. Vogliamo fornirvi gli strumenti non solo per ammirare, ma per comprendere, monitorare e proteggere attivamente questo patrimonio.

Esploreremo insieme cosa sono realmente queste “rocce vive”, come la vostra tecnica di immersione può fare la differenza tra conservazione e distruzione, e quali sono le minacce, visibili e invisibili, che le mettono in pericolo. Dalle tecniche di ormeggio all’impatto della pesca, fino ai segnali d’allarme come la mucillagine, questo percorso vi renderà osservatori più consapevoli e guardiani efficaci di un tesoro che appartiene a tutti noi.

Questo articolo è strutturato per guidarvi in un viaggio di scoperta e responsabilità. Analizzeremo la biologia di queste formazioni, le buone pratiche per visitarle, le minacce che incombono e le opportunità per un futuro sostenibile. Scoprirete perché la vostra presenza, se guidata dalla conoscenza, è una risorsa preziosa per la tutela del nostro mare.

Perché queste rocce sono “vive” e costruite da organismi marini nel corso dei secoli?

Il termine “Tegnùe”, derivato dal dialetto di Chioggia, significa “trattenute”. Questo nome fu coniato secoli fa dai pescatori per indicare quelle aree del fondale dove le loro reti si impigliavano e si rompevano. Per loro, erano un ostacolo. Per la biologia moderna, sono un tesoro. Le Tegnùe non sono semplici rocce, ma biocostruzioni complesse, edificate strato su strato dal lavoro incessante di organismi marini. Il processo è lento e meticoloso: alghe coralline incrostanti, briozoi, policheti e altri organismi cementano insieme detriti e sabbia, creando strutture tridimensionali che possono elevarsi per diversi metri dal fondale sabbioso circostante.

Queste oasi rocciose in un “deserto” di sabbia diventano magneti per la vita marina. La loro superficie irregolare, ricca di anfratti e cavità, offre riparo e substrato a una miriade di specie. La ricchezza biologica è sbalorditiva: uno studio dell’Università di Trieste ha censito oltre 1001 taxa identificati negli affioramenti del Nord Adriatico. Questa biodiversità include centinaia di specie di molluschi, alghe, spugne, crostacei e pesci, che trovano qui cibo, protezione e aree di riproduzione. Ecco perché le Tegnùe sono spesso definite le “barriere coralline” dell’Adriatico: pur avendo un’origine biologica diversa, svolgono una funzione ecologica del tutto analoga.

Mappa dettagliata dell'Italia con localizzazione delle formazioni coralligene e Tegnue

Come mostra la mappa, queste formazioni non sono un’esclusiva dell’Adriatico, ma si trovano in diverse aree del Mediterraneo, dove prendono il nome più generico di “coralligeno”. Tuttavia, il complesso di Tegnùe di Chioggia rappresenta l’area più vasta e studiata di questo tipo in Adriatico, un vero e proprio laboratorio naturale a cielo aperto, o meglio, a mare aperto, fondamentale per la salute ecologica di questo bacino semi-chiuso.

Come immergersi su una biocostruzione fragile senza rompere organismi di 50 anni con una pinneggiata?

L’emozione di fluttuare sopra un prato di anemoni colorati o di scorgere un astice fare capolino dalla sua tana è ciò che spinge ogni subacqueo a esplorare le Tegnùe. Come sottolinea l’associazione Sub Rimini Gian Neri, l’esperienza lascia il segno per la sua incredibile varietà di vita. Ma questa bellezza è anche incredibilmente fragile. Un singolo colpo di pinna involontario può distruggere organismi incrostanti che hanno impiegato decenni per crescere. L’immersione responsabile non è un’opzione, ma un dovere.

Una immersione alle Tegnue lascia il segno: è incredibile la varietà di forme di vita che vi trova riparo. Spugne e ascidie sono numerosissime, dalle forme e dai colori più spettacolari, così come gli anemoni formano dei veri e propri prati variopinti.

– Sub Rimini Gian Neri, Associazione subacquea

Il primo requisito è tecnico: per visitare le Tegnùe, che si trovano a profondità spesso superiori ai 20 metri, è necessario un brevetto avanzato. La padronanza assoluta del proprio assetto è il punto cruciale. Un subacqueo che “palloneggia” o che si appoggia sul fondo rappresenta un pericolo concreto. L’obiettivo è mantenere un assetto neutro perfetto, fluttuando a una distanza di sicurezza dalle formazioni. Altrettanto importante è la tecnica di pinneggiata: la classica pinneggiata verticale solleva nuvole di sedimento che possono soffocare gli organismi filtratori. La pinneggiata a rana (frog kick), con un movimento orizzontale, è la soluzione ideale per muoversi in modo efficiente e pulito.

Checklist per un’immersione a impatto zero sulle Tegnùe:

  1. Pianificazione e preparazione: Verificare di possedere i brevetti adeguati (almeno 2° livello, preferibilmente Nitrox) e studiare la mappa del sito di immersione e i percorsi segnalati.
  2. Controllo dell’attrezzatura: Eseguire un controllo della pesata prima di ogni immersione per garantire un assetto neutro perfetto fin da subito, ed assicurare tutta l’attrezzatura (octopus, manometro) per evitare che penzoli.
  3. Tecnica di propulsione: Adottare esclusivamente la pinneggiata a rana (frog kick) o varianti modificate per mantenere il movimento sul piano orizzontale e minimizzare il sollevamento di sedimento.
  4. Consapevolezza spaziale: Mantenere sempre una distanza di sicurezza dalle biocostruzioni, evitare ogni contatto fisico e seguire scrupolosamente le cime guida che delimitano i perimetri delle aree protette.
  5. Monitoraggio e auto-valutazione: Al termine dell’immersione, riflettere sulla propria performance. Chiedersi: ho toccato il fondo? Ho sollevato sedimento? L’autocritica è il miglior strumento di miglioramento per la prossima immersione.

Ancora o boa: quale sistema di ormeggio evita di distruggere il fondale prezioso?

La protezione delle Tegnùe non si gioca solo sott’acqua, con le pinne, ma anche in superficie, con le barche. Un’ancora che ara un fondale coralligeno può causare in pochi minuti un danno paragonabile a decenni di piccole distruzioni. L’impatto di un’ancora e della sua catena che “spazzano” l’area circostante è devastante: frantuma le delicate strutture biologiche e sradica organismi sessili, lasciando cicatrici che impiegheranno secoli a guarire, se mai lo faranno. Di fronte a questa minaccia, la soluzione non è vietare l’accesso, ma gestirlo in modo intelligente.

La risposta più efficace è l’installazione di sistemi di ormeggio ecologici. A Chioggia, questo problema è stato affrontato con lungimiranza. Già a partire dal 2002, grazie alla collaborazione tra Comune, Capitaneria di Porto e l’Associazione Tegnue, sono state posizionate 11 boe luminose nei punti di immersione più interessanti. Queste boe sono collegate a corpi morti posizionati su fondali sabbiosi adiacenti alle Tegnùe, mai sopra di esse. In questo modo, le imbarcazioni dei diving center e dei diportisti possono ormeggiare in totale sicurezza senza nemmeno calare l’ancora, garantendo un impatto zero sul prezioso fondale.

Sistema di ormeggio ecologico con boa su fondale marino protetto

Questa iniziativa è stata il preludio a una protezione ancora più stringente. Il 5 agosto 2002, l’intera area è stata designata come “Zona di Tutela Biologica” (ZTB) con un decreto ministeriale che vieta qualsiasi tipo di attività di pesca professionale. Questo doppio livello di protezione – divieto di pesca e ormeggi gestiti – ha reso le Tegnùe di Chioggia un modello di conservazione e fruizione sostenibile, dimostrando che è possibile conciliare le attività umane con la salvaguardia di habitat vulnerabili. Per un subacqueo, scegliere un operatore che utilizza queste boe è il primo, fondamentale gesto di supporto a questo sistema virtuoso.

L’errore di calare reti su fondi coralligeni che strappa via secoli di crescita biologica

Se l’ancoraggio selvaggio è una minaccia puntiforme, la pesca a strascico è un bombardamento a tappeto. Questa tecnica, che consiste nel trainare una pesante rete sui fondali, è universalmente riconosciuta come una delle pratiche di pesca più distruttive. Sulle Tegnùe e sui fondi coralligeni, i suoi effetti sono catastrofici. Le porte metalliche delle reti e i cavi arano il fondo, polverizzando le biocostruzioni, sradicando spugne e gorgonie, e trasformando un ecosistema tridimensionale e complesso in una piana di detriti senza vita. È l’equivalente marino del disboscamento di una foresta secolare.

La situazione è particolarmente critica in Adriatico. Secondo i dati di Legambiente, questo mare, pur rappresentando una piccola parte del Mediterraneo, sostiene il 50% della produzione ittica italiana ed è l’area dove la pesca a strascico è praticata con maggiore intensità. In questo contesto, le Tegnùe sono isole di salvezza assediate. La loro stessa natura, che storicamente le rendeva temute dai pescatori per la capacità di “trattenere” e rompere le reti, oggi le espone a un rischio ancora maggiore con le moderne tecnologie di pesca, più potenti e invasive.

L’istituzione di Zone di Tutela Biologica come quella di Chioggia, dove la pesca è vietata, è l’unico strumento efficace per fermare questa distruzione. Tuttavia, la sorveglianza è difficile e gli abusi sono sempre possibili. Per un subacqueo, la consapevolezza di questa minaccia è importante. Osservare frammenti di reti impigliate, “reti fantasma” che continuano a pescare passivamente, o aree del fondale palesemente “arate” sono segnali di un impatto che vanifica ogni sforzo di conservazione. Segnalare queste osservazioni alle autorità competenti o alle associazioni ambientaliste è un altro modo in cui la comunità subacquea può contribuire attivamente alla difesa di questi habitat.

Problemi di mucillagine: come capire se la biocostruzione sta soffocando?

Oltre alle minacce meccaniche come ancore e reti, le Tegnùe affrontano nemici più subdoli e pervasivi, legati ai cambiamenti climatici e all’inquinamento. Tra questi, i fenomeni di mucillagine e le ondate di calore sono particolarmente allarmanti. La mucillagine, un aggregato gelatinoso di materia organica prodotta da microalghe in condizioni di stress (alte temperature, eccesso di nutrienti), può formare vasti strati che ricoprono il fondale. Per le biocostruzioni, è come essere avvolti in una coperta che soffoca. Gli organismi filtratori come spugne e briozoi, che sono i mattoni delle Tegnùe, non riescono più ad alimentarsi e muoiono, innescando un processo di degradazione dell’intero habitat.

Il subacqueo consapevole può imparare a fare una sorta di “diagnosi visiva” dello stato di salute dell’ecosistema. La presenza di spessi strati di materiale filamentoso e marcescente sul fondo, una ridotta visibilità non dovuta a normale sedimento, e un aspetto “spento” e monocromatico delle rocce, con pochi organismi colorati e vitali, sono tutti campanelli d’allarme. Questi segnali indicano che l’ecosistema è in uno stato di stress profondo.

Un aumento delle temperature è sufficiente a causare lo sbiancamento dei coralli e un’alterazione degli ecosistemi sommersi, comportando una drastica riduzione della resilienza delle comunità colpite.

– ARPA Sicilia, Monitoraggio Marine Strategy

L’aumento delle temperature marine è il motore principale di questi fenomeni. Come evidenziato da ARPA Sicilia, questo stress termico riduce la resilienza dell’ecosistema, rendendolo più vulnerabile a malattie e fenomeni di mortalità di massa. Le proiezioni sono drammatiche: secondo la Piattaforma Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, senza azioni concrete, l’habitat coralligeno potrebbe scomparire entro il 2034 nello scenario peggiore. Questo rende ancora più urgente l’adozione di comportamenti responsabili e la riduzione di tutti gli altri fattori di stress che possiamo controllare, come l’inquinamento e la distruzione meccanica.

Perché i coralli bianchi profondi di Santa Maria di Leuca sono un tesoro unico al mondo?

Spostandoci dall’Adriatico allo Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca, in Puglia, si trova un altro tesoro sommerso, ancora più straordinario e misterioso: una vasta foresta di coralli bianchi profondi. A differenza delle Tegnùe, che sono biocostruzioni costiere a bassa profondità, questi sono banchi corallini che prosperano nel buio e nel freddo, a profondità che vanno dai 280 fino a oltre 1100 metri. Per secoli, la loro esistenza era solo ipotizzata, basata sui frammenti fossili che i pescatori trovavano impigliati nelle loro reti.

La scoperta di colonie viventi, avvenuta grazie a tecnologie di esplorazione sottomarina avanzate nell’ambito del progetto Aplabes del CoNISMa, è stata una rivelazione scientifica di portata mondiale. Si tratta di organismi che si credevano scomparsi dal Mediterraneo circa 15.000 anni fa, alla fine dell’ultima era glaciale. Ritrovarli vivi e vegeti è come scoprire un dinosauro in una foresta remota. Queste colonie di Madrepora oculata e Lophelia pertusa sono veri e propri “fossili viventi”, testimoni di un Mediterraneo antico e diverso.

La loro importanza ecologica è immensa. Come le Tegnùe in superficie, queste foreste tridimensionali creano un habitat complesso in un ambiente altrimenti monotono, attirando una biodiversità eccezionale. Un rapporto di Greenpeace Italia ha documentato la presenza di ben 222 specie identificate nei banchi di coralli di profondità. Purtroppo, anche questo santuario è minacciato. Le attività di esplorazione per idrocarburi, la pesca di profondità e i cambiamenti climatici, come l’acidificazione degli oceani, mettono a rischio la sopravvivenza di un ecosistema che non ha eguali al mondo. La loro protezione è una sfida globale che richiede una forte volontà politica per istituire aree marine protette efficaci anche in alto mare.

Perché la presenza di una Verdesca indica un mare in ottima salute?

Avvistare uno squalo durante un’immersione è un’esperienza che toglie il fiato. In Adriatico, l’incontro con una verdesca (Prionace glauca) è un evento sempre più raro e, proprio per questo, incredibilmente significativo. La verdesca è un predatore apicale, si trova cioè in cima alla catena alimentare. La sua presenza non è un fatto isolato, ma un potente indicatore biologico: significa che l’intero ecosistema sottostante è sufficientemente sano e ricco da poter sostenere un grande predatore. Ci devono essere abbastanza pesci di cui nutrirsi, che a loro volta si nutrono di altri organismi, in una piramide alimentare solida e ben strutturata.

Purtroppo, la salute del Mediterraneo è gravemente compromessa. Come evidenzia un rapporto di Legambiente, un allarmante 96% degli stock ittici europei nel Mediterraneo è sovrasfruttato. In un mare così impoverito, i grandi predatori come gli squali faticano a trovare cibo e sono spesso vittime accidentali (bycatch) delle attività di pesca. L’Adriatico, in particolare, è un bacino vulnerabile. Come spiega l’esperto Cataldo Pierri dell’Università di Bari, la sua conformazione lo rende più sensibile alle variazioni climatiche e allo sfruttamento intensivo, con una ridotta capacità di recupero per le specie native.

Ogni suo punto è sfruttabile per qualsiasi tipo di attività di pesca e risente maggiormente di variazioni climatiche, mostrando una ridotta capacità di adattamento da parte delle specie native a vantaggio di quelle alloctone.

– Cataldo Pierri, Università di Bari – Osservatorio Balcani e Caucaso

In questo scenario, le Tegnùe e le altre aree protette assumono un ruolo ancora più cruciale. Funzionando come “zone di riserva” dove la pesca è vietata, permettono alle popolazioni ittiche di riprodursi e crescere. Questo “effetto riserva” può irradiarsi alle aree circostanti, contribuendo a ripopolare il mare. Vedere una verdesca che pattuglia i confini di una Tegnua non è solo un’emozione, ma la prova vivente che la protezione funziona e che la natura, se le viene data una possibilità, ha un’incredibile capacità di ripresa.

Punti chiave da ricordare

  • Le Tegnùe sono ecosistemi, non rocce: Sono costruzioni biologiche complesse, create da organismi viventi, che fungono da oasi di biodiversità.
  • La responsabilità del subacqueo è attiva: Un assetto perfetto, una pinneggiata corretta e la consapevolezza spaziale sono gesti concreti di protezione.
  • Le minacce sono sia visibili che invisibili: Dalla pesca a strascico all’impatto del cambiamento climatico (mucillagini, riscaldamento), la pressione su questi habitat è costante e richiede un impegno a 360 gradi.

Come avviare un’attività di ecoturismo marino in Italia che sia redditizia e sostenibile?

La crescente consapevolezza ambientale e la bellezza unica delle Tegnùe aprono la strada a un nuovo modello di turismo: l’ecoturismo marino. Per un imprenditore o un’associazione, avviare un’attività di diving incentrata sulla sostenibilità non è solo una scelta etica, ma anche una strategia di mercato vincente. I subacquei moderni sono sempre più informati ed esigenti, e preferiscono operatori che dimostrino un impegno concreto per la protezione dell’ambiente che loro stessi amano esplorare. L’area delle Tegnùe di Chioggia offre un’opportunità eccezionale in questo senso, con un’infrastruttura di protezione già consolidata.

I passi per creare un’attività di successo in questo campo sono chiari. Innanzitutto, è fondamentale basare l’offerta sulla qualità e sulla sicurezza, organizzando corsi per ogni livello con istruttori qualificati e sfruttando la varietà dei siti disponibili, che includono non solo le biocostruzioni ma anche relitti storici come quello dell’Eudokia II. In secondo luogo, è cruciale operare in piena legalità e collaborazione con le istituzioni, ottenendo tutte le autorizzazioni necessarie dalla Capitaneria di Porto per operare nella Zona di Tutela Biologica e utilizzando esclusivamente le boe di ormeggio ecologico.

Ma il vero valore aggiunto risiede nella collaborazione e nella narrazione. Lavorare a stretto contatto con enti come l’Associazione Tegnue di Chioggia permette di arricchire l’offerta turistica con contenuti scientifici e divulgativi, trasformando ogni immersione in un’esperienza educativa. Il modello di questa associazione è un esempio illuminante.

Modello di Successo: L’Associazione Tegnue di Chioggia

Nata dalla passione di un gruppo di subacquei, l’Associazione non si limita a promuovere le immersioni, ma agisce come un vero e proprio hub per la conoscenza e la conservazione. Collabora attivamente con università, enti di ricerca e istituzioni pubbliche, raccogliendo dati ambientali, producendo materiale divulgativo (pubblicazioni, video) e promuovendo un codice etico per la fruizione dell’area. Questo approccio integrato dimostra come un’attività turistica possa diventare il motore della ricerca scientifica e della protezione ambientale, creando un circolo virtuoso che beneficia l’ecosistema, l’economia locale e la comunità subacquea.

Trasformare la passione in un’attività sostenibile è possibile. Per farlo, è essenziale comprendere a fondo i principi di un'ecoturismo marino di successo.

Diventa parte attiva della conservazione: la prossima volta che pianifichi un’immersione sulle Tegnùe, scegli un operatore che aderisce ai protocolli di sostenibilità e fai della tua passione un gesto concreto di custodia per il futuro del nostro Adriatico.

Scritto da Marco Castelli, Biologo marino senior e ricercatore oceanografico con 15 anni di esperienza nello studio della biodiversità del Mediterraneo. Specializzato nel monitoraggio delle specie invasive e nella conservazione degli habitat costieri italiani.