
Spianare le dune per “vedere il mare” è un errore strategico che rende le città costiere più vulnerabili. La soluzione non è bloccare lo sviluppo, ma progettarlo in modo intelligente e integrato.
- Le dune non sono muri, ma sistemi dinamici che dissipano l’energia delle mareggiate, proteggendo l’entroterra e nutrendo le spiagge.
- Le soluzioni basate sulla natura, come accessi sopraelevati e vegetazione autoctona, sono più efficaci, economiche e resilienti delle opere in cemento.
Raccomandazione: Integrare la duna come un’infrastruttura verde multifunzionale all’interno dei piani urbanistici, trasformando un vincolo in un’opportunità di sviluppo sostenibile.
Il sogno di una casa con vista diretta sulla sabbia è un’immagine potente nell’immaginario collettivo italiano. Eppure, questo desiderio, spinto da decenni di sviluppo turistico incontrollato, si è trasformato nel principale nemico delle nostre coste. La convinzione che basti spianare una duna per guadagnare un accesso privilegiato al mare è una miopia progettuale che ha causato danni incalcolabili, esponendo abitazioni e infrastrutture alla forza del vento, alla corrosione del sale e all’inarrestabile erosione.
Le risposte tradizionali a questo problema sono spesso state rigide e controproducenti: da un lato, la costruzione di muri e scogliere artificiali che alterano irrimediabilmente l’ecosistema; dall’altro, l’imposizione di divieti assoluti che creano conflitto tra conservazione e fruizione. Ma se la vera chiave non fosse separare, ma integrare? E se invece di vedere la duna come un ostacolo, iniziassimo a considerarla come un partner strategico, un’infrastruttura vivente capace di offrire servizi ecosistemici inestimabili?
Questo approccio richiede un cambio di paradigma per architetti, urbanisti e amministratori. Non si tratta più di proteggere un “muro” di sabbia, ma di progettare un’interfaccia porosa e intelligente tra l’ambiente costruito e quello naturale. Esploreremo soluzioni pratiche, dall’ingegneria naturalistica alla pianificazione illuminotecnica, per trasformare la sfida della conservazione in un’opportunità di sviluppo resiliente e di valore, dimostrando come una corretta gestione del sistema dunale sia l’investimento più lungimirante per il futuro delle nostre città di mare.
Per navigare attraverso queste strategie innovative, abbiamo strutturato l’articolo in sezioni chiave che affrontano i problemi più comuni e offrono soluzioni concrete, applicabili fin da subito nei contesti di pianificazione costiera.
Sommario: Progettare la resilienza tra dune e sviluppo urbano
- Perché spianare una duna per vedere il mare espone la casa dietro al vento e al sale?
- Come costruire accessi al mare che permettano alla sabbia di muoversi liberamente sotto?
- Piante pioniere o erba irrigata: quale copertura stabilizza meglio la sabbia mobile?
- L’errore delle luci forti sulla spiaggia che disorienta le tartarughe marine nidificanti
- Sequenza di intervento: quando posizionare i “cannicci” per intrappolare la sabbia invernale?
- Come posizionare le piante di macchia per proteggere la casa dal vento salmastro e dalla sabbia?
- Scogliere o dune vegetate: quale difesa protegge meglio l’entroterra dalle mareggiate invernali?
- Come rendere la tua città di mare resiliente alle ondate di calore e all’acqua alta?
Perché spianare una duna per vedere il mare espone la casa dietro al vento e al sale?
Spianare una duna per ottenere una vista ininterrotta sul mare è un errore strategico fondamentale. La duna non è un semplice ostacolo visivo, ma un sofisticato dissipatore di energia. La sua forma arrotondata e la sua vegetazione specializzata rallentano il vento, facendogli depositare la sabbia che trasporta, e assorbono l’impatto delle onde durante le mareggiate. Rimuoverla significa creare un corridoio diretto attraverso cui vento, salsedine e sabbia possono investire con violenza tutto ciò che si trova dietro, causando danni strutturali, corrosione e costi di manutenzione continui.
Questa miopia progettuale ha avuto conseguenze drammatiche lungo le coste italiane. La ricerca di una vista immediata ha portato a una perdita enorme di questo patrimonio naturale. Secondo uno studio, l’Italia ha subito una perdita di quasi l’80% del suo patrimonio dunale dal 1900 al 2000, una riduzione che ha reso innumerevoli tratti di costa molto più vulnerabili. Invece di una “vista mare”, molti proprietari si sono ritrovati con una “vista problemi”, costretti a lottare costantemente contro l’avanzata della sabbia e la degradazione dei materiali.
L’alternativa virtuosa esiste. Il Parco Nazionale del Circeo, ad esempio, mostra come un sistema dunale intatto sia la migliore protezione possibile. Le sue dune, preservate e gestite, difendono efficacemente le zone agricole e umide retrostanti, dimostrando che la conservazione non è un costo, ma un investimento sulla sicurezza e sul valore del territorio. La duna, quindi, non nega la vista, ma la garantisce nel tempo, proteggendo l’asset stesso (la casa, l’infrastruttura) che permette di goderne.
La vera ricchezza per un’abitazione costiera non risiede in una vista statica ottenuta a caro prezzo, ma in un paesaggio dinamico e resiliente che protegge il valore dell’investimento immobiliare a lungo termine.
Come costruire accessi al mare che permettano alla sabbia di muoversi liberamente sotto?
La necessità di accedere alla spiaggia non deve entrare in conflitto con la salute della duna. La soluzione risiede nel concetto di “interfaccia porosa”: strutture che permettono il passaggio delle persone senza interrompere i processi naturali. L’approccio più efficace è la costruzione di passerelle sopraelevate su palafitte. Questi percorsi, sollevati di almeno 50 cm dal suolo, consentono alla sabbia trasportata dal vento di muoversi liberamente al di sotto, alimentando e rimodellando la duna secondo i cicli stagionali. Si tratta di un’ingegneria leggera e reversibile che lavora *con* la natura, non contro di essa.
La progettazione di questi accessi deve seguire criteri precisi per massimizzarne l’efficacia e minimizzarne l’impatto. È fondamentale utilizzare materiali ecocompatibili e durevoli, come il legno non trattato o i compositi riciclati, che si integrino nel paesaggio. I percorsi dovrebbero seguire, per quanto possibile, la morfologia naturale, evitando tagli e sbancamenti. Ecco alcuni punti chiave:
- Progettare percorsi sopraelevati per evitare il contatto diretto con il suolo dunale.
- Mantenere un’altezza minima per consentire il libero passaggio della sabbia e della piccola fauna.
- Creare percorsi sinuosi che si adattino alla forma delle dune.
- Installare barriere laterali (corrimano o staccionate basse) per incanalare il flusso di persone ed evitare il calpestio diffuso.
Questo approccio trasforma un semplice passaggio in un elemento di valorizzazione. Una passerella ben progettata non è solo funzionale, ma diventa un’esperienza, un percorso didattico che permette di osservare l’ecosistema dunale senza danneggiarlo, aumentando la consapevolezza dei visitatori.

Come evidente nell’immagine, la struttura sopraelevata è la chiave per una coesistenza pacifica. La sua “leggerezza” visiva e fisica rispetta il carattere dinamico della duna, permettendole di continuare a svolgere le sue funzioni vitali di accumulo e difesa, un perfetto esempio di sviluppo turistico sostenibile.
In definitiva, un accesso al mare intelligente non è quello più corto o diretto, ma quello che garantisce la sopravvivenza a lungo termine della spiaggia stessa, il vero capitale di ogni località turistica costiera.
Piante pioniere o erba irrigata: quale copertura stabilizza meglio la sabbia mobile?
L’idea di creare un “prato all’inglese” a ridosso della spiaggia è uno degli errori più comuni e dannosi nella gestione delle aree costiere. Sebbene possa apparire esteticamente gradevole a un occhio non esperto, l’erba da prato ha un apparato radicale superficiale, richiede enormi quantità di acqua dolce e non ha alcuna tolleranza alla salsedine. Di fatto, non solo non stabilizza la sabbia, ma contribuisce a impoverire le risorse idriche e a degradare il suolo. La soluzione autentica ed efficace risiede nell’utilizzo delle piante pioniere autoctone, le vere ingegnere dell’ecosistema dunale.
Specie come l’Ammophila arenaria (sparto pungente) o il Pancratium maritimum (giglio di mare) si sono evolute per millenni per prosperare in questo ambiente estremo. I loro apparati radicali sono profondi e fittissimi, capaci di creare una rete tridimensionale che trattiene la sabbia in modo eccezionale. Sono perfettamente adattate alla siccità, alla forte insolazione e all’alta salinità, non richiedendo alcuna manutenzione una volta attecchite. Questa non è semplice “vegetazione”, ma una vera e propria tecnologia naturale di bio-ingegneria.
Oggi, le tecnologie avanzate ci permettono di ottimizzare questi interventi. Studi recenti dimostrano come l’uso di droni e sensori iperspettrali possa mappare la distribuzione e lo stato di salute della vegetazione dunale con grande precisione. Uno studio del CMCC e del Politecnico di Torino ha raggiunto un’accuratezza del 76% nella mappatura della vegetazione, fornendo dati essenziali per pianificare interventi di ripristino mirati ed efficaci.
| Caratteristica | Piante pioniere autoctone | Prato irrigato all’inglese |
|---|---|---|
| Costo di manutenzione | Zero (autosufficiente) | Alto (irrigazione costante) |
| Resistenza alla salsedine | Ottima (evoluzione naturale) | Scarsa (richiede lavaggi frequenti) |
| Stabilizzazione sabbia | Eccellente (radici profonde) | Minima (radici superficiali) |
| Biodiversità supportata | Alta (habitat per fauna locale) | Bassa (monocultura) |
| Specie consigliate | Ammophila arenaria, Pancratium maritimum | Festuca, Lolium (non adatte) |
La scelta di affidarsi alla flora locale non è una rinuncia estetica, ma una decisione strategica che garantisce stabilità, resilienza e sostenibilità economica, riducendo a zero i costi di irrigazione e manutenzione nel lungo periodo.
L’errore delle luci forti sulla spiaggia che disorienta le tartarughe marine nidificanti
Un aspetto spesso trascurato nella pianificazione costiera è l’inquinamento luminoso. L’illuminazione artificiale, specialmente quella bianca e intensa diretta verso il mare, ha un impatto devastante su molte specie, in particolare sulle tartarughe marine come la Caretta caretta, che nidifica su molte spiagge italiane. Le femmine adulte sono disturbate dalle luci quando cercano un luogo tranquillo per deporre le uova, ma il danno maggiore lo subiscono i piccoli. Appena nati, essi si dirigono istintivamente verso l’orizzonte più luminoso, che in un ambiente naturale è il riflesso della luna e delle stelle sul mare. Le luci di hotel, lungomare e abitazioni li attirano invece verso l’entroterra, condannandoli a morte per disidratazione, predazione o sfinimento.
Questo problema, tuttavia, ha soluzioni tecnologiche ben definite e relativamente semplici da implementare, che rientrano in un approccio di “illuminazione turtle-safe”. Non si tratta di spegnere tutte le luci, ma di progettarle in modo intelligente. Un esempio virtuoso in Italia è quello di Lampedusa. L’amministrazione, in collaborazione con le associazioni ambientaliste, ha sostituito l’illuminazione pubblica lungo i litorali di nidificazione con sistemi a basso impatto, ottenendo un aumento misurabile del successo di schiusa e un modello replicabile per altre località.
La conciliazione tra sicurezza umana e protezione della fauna selvatica è assolutamente possibile. Adottare un’illuminazione consapevole non solo protegge le tartarughe, ma riduce anche i consumi energetici e migliora la qualità del cielo notturno, un valore aggiunto per un turismo di qualità. Si tratta di una modifica progettuale a basso costo con un altissimo ritorno in termini di sostenibilità e immagine.
Piano d’azione per un’illuminazione a prova di tartaruga
- Tipo di luce: Sostituire le lampade bianche con luci LED ambra o rosse, con una lunghezza d’onda superiore a 560 nm, meno visibili per le tartarughe.
- Direzione del fascio: Installare solo corpi illuminanti completamente schermati verso il basso, con un angolo che impedisca alla luce di riversarsi direttamente sulla spiaggia.
- Intensità e temporizzazione: Ridurre l’intensità luminosa durante il periodo di nidificazione (da maggio a ottobre) e utilizzare sensori di movimento o timer per limitare l’accensione solo quando strettamente necessario.
- Posizionamento: Collocare i pali della luce il più lontano possibile dalla spiaggia e a un’altezza ridotta per minimizzare la dispersione luminosa.
- Audit e monitoraggio: Effettuare un censimento delle fonti luminose non conformi (pubbliche e private) e promuovere un piano di adeguamento graduale.
Rendere le nostre coste più buie non significa renderle meno sicure, ma più vive e in armonia con i cicli naturali che ne costituiscono la vera ricchezza.
Sequenza di intervento: quando posizionare i “cannicci” per intrappolare la sabbia invernale?
Le dune non sono statiche; sono il risultato di un continuo dialogo tra vento e sabbia. Durante l’inverno, i venti forti prelevano grandi quantità di sabbia dalla spiaggia asciutta (il “berma”). Se non incontrano ostacoli, questa sabbia viene persa, soffiata nell’entroterra o in mare. È qui che entra in gioco una delle tecniche più antiche ed efficaci di ingegneria naturalistica: il posizionamento di barriere frangivento, come i tradizionali “cannicci” o le palizzate in legno. Questi sistemi non bloccano il vento, ma ne rallentano la velocità, costringendolo a depositare la sabbia che trasporta. È un modo per “catturare” la sabbia invernale e usarla per ricostruire e rinforzare la duna.
Il tempismo è tutto. Queste barriere devono essere installate alla fine della stagione estiva, tipicamente tra ottobre e novembre, prima dell’arrivo delle grandi mareggiate e dei venti invernali. Vanno posizionate in file parallele alla linea di costa, sulla parte più alta della spiaggia o alla base della duna esistente. L’accumulo di sabbia che si formerà durante l’inverno creerà una “duna embrionale” o rinforzerà quella esistente, che potrà poi essere stabilizzata in primavera con la piantumazione di specie pioniere.
Questa tecnica è fondamentale in un contesto come quello italiano, dove l’erosione è un problema critico. I dati ufficiali sono allarmanti: secondo l’ISPRA, oltre un terzo dei 3.250 km di spiagge sabbiose italiane è interessato da fenomeni erosivi. I cannicci rappresentano una soluzione a basso costo, alta efficacia e impatto ambientale nullo per contrastare questo fenomeno, lavorando in sinergia con i processi naturali per ricostruire attivamente ciò che il mare e il vento erodono. È un intervento proattivo che previene danni futuri.
Invece di subire passivamente l’erosione, possiamo guidare attivamente i processi naturali a nostro vantaggio, utilizzando la forza stessa del vento per ricostruire le nostre difese costiere.
Come posizionare le piante di macchia per proteggere la casa dal vento salmastro e dalla sabbia?
I sistemi dunali costituiscono, infatti, allo stesso tempo un argine naturale alle acque alte, una protezione per gli ambienti di retrospiaggia e un accumulo di sabbia in grado di alimentare la spiaggia e quindi di contrastare in parte gli effetti dell’erosione.
– ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
Una volta superata la prima linea di difesa delle piante pioniere sulla duna, la protezione di un’abitazione costiera dipende da una corretta progettazione del verde nell’area retrostante. La soluzione più efficace è ricreare una successione vegetale che imiti la macchia mediterranea, utilizzando specie arbustive e arboree disposte a gradiente. Questo sistema a più strati non crea un muro rigido, ma una barriera permeabile e resiliente che filtra il vento, intercetta la salsedine e stabilizza ulteriormente il suolo.
La disposizione non è casuale, ma segue una logica di resistenza crescente. Le specie più basse e resistenti vanno posizionate più vicino al mare, mentre quelle più alte e strutturate vanno collocate più all’interno, protette dalle prime. Questo crea un profilo aerodinamico che devia il vento verso l’alto, riducendone drasticamente la forza al livello del suolo e dell’edificio. In questo modo si proteggono non solo le strutture, ma anche eventuali giardini o coltivazioni più sensibili.
Un piano di piantumazione strategico per un’area retro-dunale potrebbe seguire questa sequenza, creando fasce di protezione progressive:
- Prima fascia (a ridosso della duna): Arbusti bassi e prostrati, molto resistenti al sale, come il ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus macrocarpa) e il lentisco (Pistacia lentiscus).
- Seconda fascia (intermedia): Arbusti di media altezza che formano una massa densa, come il mirto (Myrtus communis), il rosmarino e il corbezzolo (Arbutus unedo).
- Terza fascia (più interna): Alberi frangivento più alti e strutturati, come il leccio (Quercus ilex) o, con cautela per l’infiammabilità, il pino marittimo (Pinus pinaster), che costituiscono l’ultima linea di difesa.
Questo approccio di “giardinaggio ecologico” non solo offre una protezione superiore a qualsiasi recinzione artificiale, ma aumenta la biodiversità, migliora il microclima locale creando zone d’ombra e frescura, e accresce il valore estetico e immobiliare della proprietà.
Scogliere o dune vegetate: quale difesa protegge meglio l’entroterra dalle mareggiate invernali?
Di fronte all’avanzare dell’erosione e all’intensificarsi delle mareggiate, la reazione istintiva è stata spesso quella di costruire difese rigide: scogliere artificiali, pennelli e muri in cemento. Tuttavia, decenni di esperienza e studi scientifici dimostrano che queste soluzioni sono spesso costose, inefficaci nel lungo periodo e devastanti per l’ecosistema. Una duna vegetata, al contrario, rappresenta una difesa morbida, adattiva ed economicamente vantaggiosa, superiore sotto quasi ogni aspetto.
Le strutture rigide, infatti, non dissipano l’energia delle onde, ma la riflettono. Questo provoca un’erosione ancora più profonda alla base della struttura stessa (scalzamento) e nelle aree adiacenti, innescando un circolo vizioso che richiede continui e costosi interventi di manutenzione. Inoltre, bloccano completamente lo scambio di sabbia tra spiaggia e duna, portando a un progressivo assottigliamento della spiaggia stessa. In Italia, questo approccio ha contribuito a trasformare radicalmente le nostre coste: il dossier del WWF evidenzia come il 51% dei paesaggi costieri italiani sia stato alterato da urbanizzazione e infrastrutture rigide.
Una duna vegetata funziona in modo completamente diverso. Assorbe l’energia delle onde come una spugna, riducendone la forza fino al 90%. Durante una mareggiata estrema, può cedere una parte della sua sabbia per smorzare l’impatto, ma questa sabbia rimane nel sistema e viene poi recuperata nei periodi di calma. È un sistema auto-riparante e resiliente, capace di adattarsi all’innalzamento del livello del mare migrando naturalmente verso l’entroterra, se gliene viene lasciato lo spazio.
| Aspetto | Dune vegetate | Scogliere artificiali |
|---|---|---|
| Costo iniziale | Basso (15-50 €/m lineare) | Alto (500-2000 €/m lineare) |
| Manutenzione annuale | Minima o nulla | 5-10% del costo iniziale |
| Adattabilità climatica | Alta (migrazione naturale) | Nulla (struttura rigida) |
| Impatto ecosistemico | Positivo (biodiversità) | Negativo (habitat alterato) |
| Efficacia dissipazione onde | 80-90% con dune alte 3-5m | 60-80% variabile |
Abbandonare la logica del cemento in favore dell’ingegneria naturalistica non è un passo indietro, ma un salto in avanti verso una gestione più intelligente, economica e sostenibile delle nostre preziose coste.
Punti chiave da ricordare
- La duna non è un ostacolo, ma un’infrastruttura verde dinamica che fornisce protezione e resilienza insostituibili.
- Le soluzioni basate sulla natura (passerelle sopraelevate, piante autoctone, frangivento) sono più efficaci, economiche e adattive delle opere rigide in cemento.
- La vera conciliazione tra turismo e ambiente si ottiene con una progettazione integrata che valorizza i servizi ecosistemici della duna, trasformando un vincolo in un’opportunità.
Come rendere la tua città di mare resiliente alle ondate di calore e all’acqua alta?
La resilienza di una città costiera moderna si misura sulla sua capacità di rispondere a una duplice minaccia: l’innalzamento del livello del mare (acqua alta) e l’intensificarsi delle ondate di calore. Una corretta gestione del sistema dunale è una delle strategie più potenti per affrontare entrambe le sfide. Come abbiamo visto, le dune sono la migliore difesa contro le mareggiate, ma il loro ruolo non si ferma lì. Un sistema dunale sano e ben vegetato agisce come una grande “oasi di fresco”, mitigando l’effetto “isola di calore” tipico delle aree urbanizzate.
La vegetazione della macchia mediterranea, attraverso l’ombreggiatura e il processo di evapotraspirazione, abbassa la temperatura dell’aria circostante, creando un microclima più gradevole che si estende all’abitato vicino. Questo riduce la necessità di climatizzazione artificiale, con un conseguente risparmio energetico e una riduzione delle emissioni. Integrare la duna nella pianificazione urbana significa quindi creare corridoi ecologici e “cunei verdi” che portano aria più fresca dalla costa verso la città.
Il caso di Sabaudia, nel Lazio, è un modello esemplare di questa progettazione integrata. Qui, il sistema dunale non è visto come un’area da “isolare”, ma come il cuore di un’offerta turistica diversificata. Il Piano Comunale di Spiaggia ha saputo coniugare la protezione rigorosa della duna con la creazione di percorsi ecoturistici (birdwatching, itinerari botanici), destagionalizzando il turismo e creando un’economia locale che non dipende solo dalla spiaggia, ma che valorizza l’intero ecosistema. Sabaudia dimostra che la conservazione ambientale, se ben pianificata, diventa un motore di sviluppo economico sostenibile e resiliente.
Adottare una visione olistica, in cui la duna è un’infrastruttura verde multifunzionale, è il passo decisivo per garantire un futuro sicuro, prospero e vivibile alle comunità costiere italiane, trasformando le sfide climatiche in un’opportunità per un nuovo modello di sviluppo.