Pubblicato il Aprile 18, 2024

Contrariamente al panico diffuso, un incontro con un grande predatore marino non è quasi mai un pericolo, ma un prezioso termometro della salute del nostro mare.

  • La presenza di squali come la verdesca indica un ecosistema ricco e in equilibrio, non un’invasione.
  • Il rischio reale di un attacco in Italia è statisticamente irrilevante; la vera minaccia è la disinformazione mediatica.

Raccomandazione: Sostituire la paura con la conoscenza e il rispetto, adottando comportamenti responsabili che trasformano un semplice avvistamento in un’opportunità di coabitazione intelligente.

L’immagine di una pinna che emerge dall’acqua è una delle più potenti e radicate nel nostro immaginario, capace di scatenare un misto di paura ancestrale e profondo fascino. Ogni estate, le cronache italiane si popolano di avvistamenti di squali e cetacei, dal piccolo diportista che filma un delfino in Salento al pescatore che incrocia una verdesca al largo di Ostia. La reazione istintiva, spesso alimentata da una narrativa sensazionalistica, è quella di chiedersi: “Sono in pericolo?”. Le guide online si affrettano a dare consigli di base su come mantenere la calma e allontanarsi lentamente, trattando l’evento come un’emergenza da cui fuggire.

Ma se la vera domanda non fosse “come scappare?”, bensì “cosa mi sta dicendo questo incontro?”. E se quella pinna non fosse un presagio di sventura, ma il sintomo di un ecosistema che, nonostante le pressioni, ancora pulsa di vita? Questo articolo si propone di ribaltare la prospettiva. Non ci limiteremo a elencare le regole di sicurezza, ma esploreremo il significato ecologico di queste presenze. Affronteremo la complessa gerarchia dei predatori del Mediterraneo, smonteremo gli allarmismi mediatici con dati concreti e analizzeremo il nostro impatto, dalla navigazione turistica alla pesca sportiva.

L’obiettivo è trasformare il bagnante, il subacqueo o il diportista da potenziale vittima a osservatore consapevole e custode responsabile. Perché comprendere la dinamica di coabitazione con i giganti del mare è il primo, fondamentale passo per proteggere loro e, in definitiva, la salute delle nostre acque. Un approccio che va oltre la semplice prudenza, per abbracciare un’etica della convivenza basata sulla conoscenza scientifica e sul rispetto.

In questo approfondimento, analizzeremo punto per punto come interpretare e gestire gli incontri con la grande fauna marina dei nostri mari, fornendo strumenti pratici e una visione d’insieme per navigare, nuotare e pescare in modo più consapevole.

Perché la presenza di una Verdesca indica un mare in ottima salute?

L’avvistamento di uno squalo vicino alla costa, in particolare di una verdesca (Prionace glauca), è spesso percepito come un’anomalia allarmante. In realtà, da un punto di vista ecologico, è esattamente il contrario. La verdesca è un predatore che si colloca ai vertici della catena alimentare. La sua presenza in un’area significa che l’intero ecosistema sottostante è sufficientemente ricco e vario da poterla sostenere. In altre parole, se c’è il predatore, significa che ci sono le prede: banchi di pesce azzurro, cefalopodi e altri organismi di cui si nutre. Per questo motivo, gli scienziati considerano questi squali dei preziosi bio-indicatori.

Un mare capace di ospitare grandi predatori è un mare sano, con una buona biodiversità e catene trofiche funzionanti. L’avvistamento di una verdesca a Oliveri, in provincia di Messina, ha confermato proprio questo principio: la presenza di questi animali, considerati innocui per l’uomo, è un segnale positivo sulla salute delle acque siciliane. Questo ci impone di cambiare paradigma: non un’invasione da temere, ma un ecosistema in equilibrio da ammirare e proteggere.

Verdesca che nuota nel Mediterraneo come bioindicatore di salute marina

Tuttavia, esiste un paradosso crudele. Mentre la loro presenza rincuora gli ecologi, gli squali del Mediterraneo sono tra le popolazioni più a rischio al mondo, minacciate dalla pesca eccessiva (spesso accidentale, il cosiddetto bycatch) e dal finning (la pratica illegale di tagliare le pinne). È emblematico che l’Italia, pur rallegrandosi per gli avvistamenti, sia stata uno dei principali mercati europei per l’importazione di carne di squalo, con quasi 98.000 tonnellate importate tra il 2009 e il 2021. Questo dato ci ricorda che l’equilibrio è fragile e la nostra responsabilità è immensa.

L’incontro con una verdesca non dovrebbe quindi suscitare panico, ma piuttosto un senso di rispetto e la consapevolezza di trovarsi di fronte a un delicato e prezioso equilibrio naturale.

Come fotografare un delfino o uno squalo senza disturbare l’animale né correre rischi?

L’istinto, di fronte a un incontro così emozionante, è spesso quello di afferrare lo smartphone o la macchina fotografica. Tuttavia, è cruciale che questo desiderio di documentare non si trasformi in una fonte di stress per l’animale o in un rischio per sé stessi. Il principio fondamentale è uno: siamo ospiti nel loro mondo. La biologa marina Gabriella Motta, esperta del Santuario Pelagos, fornisce una regola d’oro, soprattutto per gli squali avvistati vicino a un’imbarcazione:

Difficilmente attaccano l’uomo, quando si vede uno squalo intorno alla barca non bisogna dargli da mangiare, ma rimuovere lenze ed ami. Semplicemente osservatelo dalla barca se avete la fortuna d’incontrarlo, e basta.

– Gabriella Motta, Biologa marina del Santuario Pelagos

Questo approccio di osservazione passiva è la chiave. Per i cetacei, come delfini e balene, le regole sono simili: mai inseguirli, tagliare loro la strada o tentare di toccarli. Mantenere una velocità costante e una rotta prevedibile permette agli animali di decidere se e come interagire. Se si avvicinano spontaneamente, si può godere dello spettacolo, ma sempre lasciando loro il controllo della situazione. Per chi si trovasse in acqua durante l’avvistamento di uno squalo, la priorità assoluta è la sicurezza, che si ottiene comunicando all’animale di non essere una preda facile.

Vademecum per l’incontro ravvicinato: cosa fare (e non fare)

  1. Mantenere la calma e la verticalità: Rimanere il più fermo possibile, muovendosi solo quanto basta per galleggiare. Una posizione verticale comunica che non si è una preda marina.
  2. Contatto visivo costante: Non voltare mai le spalle allo squalo. Mantenere il contatto visivo serve a monitorarlo e a mostrarsi come un essere attento e non come una preda vulnerabile in fuga.
  3. Mostrarsi assertivi, non aggressivi: Se l’animale si avvicina troppo, si può usare un oggetto (come una fotocamera subacquea) per mantenere una distanza. L’obiettivo è comunicare “ti ho visto, non sono cibo”.
  4. Allontanarsi con lentezza: Solo quando lo squalo perde interesse e si allontana, è possibile muoversi lentamente in direzione opposta, verso la barca o la riva, senza fare schizzi o movimenti scomposti.
  5. Non dare mai da mangiare: Attirare squali o delfini con del cibo è pericoloso e illegale. Altera il loro comportamento naturale e li associa all’uomo come fonte di nutrimento, creando situazioni di rischio future.

In sintesi, la migliore fotografia o il miglior video nascono dal rispetto della distanza e dalla capacità di non interferire. L’osservazione a distanza non solo è più sicura, ma garantisce anche di catturare un comportamento naturale, il vero, inestimabile valore di questi incontri.

Tonno rosso o Pesce spada: chi domina davvero la catena alimentare pelagica nostrana?

Quando si pensa al predatore per eccellenza del Mediterraneo, l’immagine che affiora è quasi sempre quella del grande squalo bianco. Tuttavia, la realtà della pressione predatoria nelle nostre acque è molto più complessa e sfumata. La popolazione di squalo bianco, infatti, è estremamente ridotta: le stime più recenti parlano di appena 30-50 esemplari adulti in tutto il bacino, rendendolo una presenza rara e cruciale per l’equilibrio, ma non il dominatore quotidiano. La vera competizione per il vertice della catena alimentare si gioca tra altri giganti, in particolare lo squalo mako, il tonno rosso e il pesce spada.

Il mako (Isurus oxyrinchus) è lo squalo più veloce al mondo, un cacciatore formidabile. Il tonno rosso (Thunnus thynnus), d’altra parte, è un concentrato di potenza muscolare, capace di scatti fulminei e lunghe migrazioni. Il pesce spada (Xiphias gladius) usa la sua caratteristica arma per stordire le prede. Ognuno di loro occupa una nicchia specifica, ma spesso le loro diete si sovrappongono, mettendoli in competizione diretta per le stesse risorse, come sgombri e calamari. Analizzare le loro caratteristiche fisiche aiuta a comprendere le loro diverse strategie evolutive.

Questa tabella mette a confronto alcuni dei principali predatori pelagici del Mediterraneo, evidenziando come la “dominanza” sia un concetto relativo, legato a specifiche abilità come la velocità, la stazza o la tecnica di caccia.

Confronto tra i super predatori del Mediterraneo
Specie Velocità max Lunghezza max Peso max
Squalo Bianco 24 km/h 4,5-6 metri 2 tonnellate
Squalo Mako 70 km/h 4 metri 500 kg
Tonno Rosso 75 km/h 3 metri 450 kg

In questo scenario, non esiste un singolo “re”, ma un equilibrio dinamico di potenze. Il tonno rosso, per velocità e aggressività, e lo squalo mako, per efficienza predatoria, sono probabilmente i contendenti più agguerriti per il titolo di dominatore funzionale delle acque pelagiche italiane, molto più del mitizzato ma quasi fantasma squalo bianco.

L’errore mediatico di chiamare “mostro” ogni squalo avvistato a riva

Ogni avvistamento di squalo scatena un’onda mediatica che troppo spesso indulge in un linguaggio sensazionalistico. Termini come “mostro”, “terrore”, “allarme” e “panico” vengono usati per descrivere la semplice presenza di un animale nel suo habitat naturale. Questo approccio non solo è scientificamente scorretto, ma è anche profondamente dannoso, poiché alimenta una fobia irrazionale e ostacola gli sforzi di conservazione. La realtà, supportata dai dati, racconta una storia completamente diversa: quella di una convivenza largamente pacifica.

Basti pensare che in oltre un secolo, sono stati registrati in Italia circa 40 attacchi totali, di cui meno di 10 mortali. Se si confronta questo numero con i milioni di bagnanti che ogni anno frequentano le nostre coste, il rischio risulta statisticamente insignificante, molto inferiore a quello legato a incidenti comuni come le punture di tracina o le congestioni. La narrativa del “mostro” è una finzione che non trova riscontro nei fatti.

Giornalista che documenta responsabilmente un avvistamento marino

Un esempio virtuoso di comunicazione è stato l’avvistamento di uno squalo mako al largo di Genova. Gli esperti hanno subito chiarito che si trattava di una specie tipica del Mediterraneo e che non rappresentava nessun pericolo per l’uomo. Questa comunicazione calma e basata sui fatti ha permesso di trasformare l’evento in un’occasione di divulgazione scientifica, evitando allarmismi inutili. È questo il modello da seguire: informare, non spaventare. Chiamare uno squalo “mostro” è un errore che non solo tradisce la realtà scientifica, ma ci rende anche più ignoranti e timorosi nei confronti di un mondo che dovremmo invece imparare a rispettare.

La vera minaccia non nuota nei nostri mari, ma si annida nei titoli di giornale che sacrificano l’accuratezza scientifica per un click in più. La responsabilità di una corretta informazione è collettiva e cruciale per la tutela della biodiversità marina.

Quando e dove è più probabile avvistare grandi cetacei nel Santuario Pelagos?

Il Mar Ligure e l’alto Tirreno ospitano un tesoro di biodiversità unico al mondo: il Santuario Pelagos per i mammiferi marini del Mediterraneo. Questa immensa area protetta internazionale, che si estende per quasi 90.000 km² tra Italia, Francia e Principato di Monaco, è il luogo privilegiato per l’avvistamento di cetacei. Grazie alle particolari condizioni oceanografiche che favoriscono un’elevata produttività biologica, qui si concentrano ben otto specie di mammiferi marini, tra cui la balenottera comune (il secondo animale più grande del pianeta), il capodoglio, il tursiope e la stenella striata.

La possibilità di avvistare questi magnifici animali non è uniforme durante l’anno, ma segue cicli stagionali precisi, legati alle migrazioni e alla disponibilità di cibo. Per i diportisti e gli appassionati di whale watching, conoscere questa stagionalità è fondamentale per massimizzare le probabilità di un incontro. L’attività di ricerca e monitoraggio, come quella condotta dall’Istituto Tethys con il progetto “Cetacei FAI attenzione”, fornisce dati preziosi: solo nel 2019, sono state raccolte 839 segnalazioni, su un totale di 1395 segnalazioni complessive, a testimonianza della ricchezza di vita di queste acque.

Per chi desidera pianificare un’uscita in mare finalizzata all’osservazione, è utile seguire un calendario basato sull’esperienza decennale dei ricercatori che operano nel Santuario.

Calendario degli avvistamenti: il momento migliore per ogni specie

  1. Periodo generale (Maggio-Settembre): La stagione estiva è la finestra ideale per le uscite di osservazione. Le condizioni meteo-marine sono più stabili e la concentrazione di nutrienti attira numerose specie.
  2. Maggio-Giugno (Balenottere comuni): L’inizio dell’estate è il momento migliore per avvistare le imponenti balenottere comuni (Balaenoptera physalus), che transitano nell’area per alimentarsi del krill mediterraneo.
  3. Luglio-Agosto (Delfini): Il cuore dell’estate è caratterizzato dal picco di avvistamenti delle specie più sociali e costiere, come la stenella striata (Stenella coeruleoalba) e il tursiope (Tursiops truncatus), spesso visibili in grandi gruppi.
  4. Settembre (Capodogli e specie di profondità): Con il primo abbassamento delle temperature, aumentano le possibilità di incontrare specie che prediligono acque più profonde, come il capodoglio (Physeter macrocephalus) e il grampo (Grampus griseus).

Avvistare un cetaceo nel suo ambiente naturale è un’emozione indimenticabile, ma deve sempre avvenire nel pieno rispetto delle linee guida internazionali per non disturbare gli animali e non alterare i loro delicati equilibri biologici.

Come ascoltare i rumori sottomarini per proteggere i cetacei dalle navi di passaggio?

La protezione dei cetacei non si limita a evitare le collisioni dirette. Una delle minacce più gravi e subdole per questi animali è l’inquinamento acustico sottomarino. Balene e delfini dipendono dall’udito per quasi ogni aspetto della loro vita: comunicare, orientarsi, cacciare e percepire i pericoli. Il rumore costante prodotto dal traffico navale, dalle prospezioni sismiche e dalle attività militari può mascherare i loro segnali, causare stress cronico, disorientamento e, nei casi più gravi, danni fisici permanenti all’apparato uditivo.

Proteggere i cetacei significa quindi, prima di tutto, fare silenzio o, quantomeno, ridurre il nostro impatto sonoro. Tecnologie innovative come gli idrofoni (microfoni subacquei) sono fondamentali. Posizionando reti di idrofoni in aree critiche come le rotte migratorie o le zone di alimentazione all’interno del Santuario Pelagos, è possibile “ascoltare” la presenza dei cetacei in tempo reale. Questi dati, trasmessi ai sistemi di navigazione delle navi (AIS), possono allertare i comandanti, permettendo loro di ridurre la velocità o modificare la rotta per evitare non solo collisioni, ma anche per diminuire il disturbo acustico in un’area sensibile.

Parallelamente, la ricerca si sta concentrando su soluzioni innovative per mitigare un altro grande pericolo: le catture accidentali (bycatch) da parte degli attrezzi da pesca. Un esempio illuminante è il progetto Life Elife, che ha sviluppato e adattato sistemi specifici per ridurre la cattura accidentale di squali e altre specie vulnerabili. Come spiegato dal coordinatore Massimiliano Bottaro, si tratta di attrezzi innovativi, come ami circolari e dissuasori acustici, che migliorano la selettività della pesca e aumentano il tasso di sopravvivenza degli animali rilasciati. La cosa più importante è che queste tecnologie non sono brevettate, rendendole accessibili a tutti i pescatori che desiderano ridurre il proprio impatto sull’ecosistema.

Studio di caso: Il Progetto Life Elife

Partito nel 2019, il progetto Life Elife ha rappresentato un passo concreto verso la mitigazione del bycatch di elasmobranchi (squali e razze). Invece di limitarsi a studiare il problema, il progetto ha sviluppato attrezzi da pesca innovativi, adattando tecnologie già usate per le tartarughe marine. Questi sistemi, come ami speciali e dissuasori, sono stati distribuiti ai pescatori per essere testati sul campo. Il risultato è una serie di soluzioni pratiche, economicamente sostenibili e liberamente replicabili, che dimostrano come la collaborazione tra ricerca scientifica e mondo della pesca sia la strada maestra per una coabitazione sostenibile.

Ascoltare il mare e innovare gli strumenti del nostro lavoro e del nostro svago sono due facce della stessa medaglia: quella di una responsabilità attiva che trasforma la nostra presenza in mare da minaccia a possibile salvaguardia.

Come praticare il Catch & Release sul Tonno Rosso rispettando le severe normative italiane?

La pesca sportiva al tonno rosso (Thunnus thynnus) è una delle attività più adrenaliniche e tecnicamente complesse che il Mediterraneo possa offrire. Tuttavia, data la vulnerabilità passata della specie e gli sforzi internazionali per il suo recupero, questa pratica è soggetta a un quadro normativo estremamente rigoroso, gestito in Italia dalla Guardia Costiera. Praticare il Catch & Release (cattura e rilascio) non è solo una scelta etica, ma un obbligo legale nella maggior parte dei casi, regolamentato da procedure precise che ogni diportista deve conoscere e rispettare.

Il principio di base è che il pescatore sportivo non è autorizzato a trattenere l’esemplare catturato, se non in finestre temporali e con quote molto limitate e specifiche, che cambiano di anno in anno. La quota nazionale per la pesca ricreativa, ad esempio, era di sole 21,45 tonnellate nel 2021, un numero che dà la misura di quanto sia controllata questa attività. Per poter praticare legalmente la pesca al tonno rosso, anche solo in modalità Catch & Release, è obbligatorio ottenere un’autorizzazione specifica.

La procedura burocratica è un passaggio fondamentale per garantire la tracciabilità e il rispetto delle regole. Ignorarla espone a sanzioni molto pesanti. Ecco i passaggi chiave richiesti dalla normativa italiana.

Checklist per l’autorizzazione alla pesca sportiva del tonno rosso

  1. Presentazione della domanda: La richiesta di nulla osta deve essere inoltrata alla Capitaneria di porto competente per il luogo di stazionamento dell’unità. Può essere inviata tramite raccomandata A/R, Posta Elettronica Certificata (PEC) o consegnata direttamente a mano.
  2. Documentazione richiesta: È obbligatorio allegare il modulo di domanda compilato in duplice copia, una copia dei documenti dell’unità da diporto, la polizza assicurativa in corso di validità e un documento di identità del richiedente.
  3. Obbligo di dichiarazione post-cattura: Anche in caso di rilascio (Catch & Release), entro 24 ore dallo sbarco, il pescatore ha l’obbligo di trasmettere all’Autorità marittima una copia della “dichiarazione di cattura”, che attesta l’avvenuta attività.
  4. Divieto assoluto di commercializzazione: È fondamentale ricordare che è severamente vietata la vendita o qualsiasi forma di commercializzazione del tonno rosso pescato nell’ambito della pesca sportiva e ricreativa.

Rispettare queste normative non è solo un dovere legale, ma il contributo più importante che un pescatore sportivo possa dare alla gestione sostenibile di una risorsa preziosa, simbolo della forza e della fragilità del nostro mare.

Punti chiave da ricordare

  • I grandi predatori marini come squali e cetacei non sono una minaccia, ma bio-indicatori essenziali che testimoniano la salute e la ricchezza dell’ecosistema marino.
  • Il rischio di attacchi di squalo in Italia è statisticamente quasi nullo. Il vero pericolo è la disinformazione mediatica che alimenta paure irrazionali e danneggia la conservazione.
  • La coabitazione responsabile è la chiave: rispettare le regole nella navigazione e praticare un’etica del rilascio (Catch & Release) nella pesca sportiva sono azioni concrete per proteggere i giganti del mare.

Perché ridurre i tempi di combattimento aumenta del 80% le chance di sopravvivenza del tonno rilasciato?

Nel Catch & Release del tonno rosso, il momento della cattura è solo l’inizio. La vera sfida, per un pescatore sportivo etico e responsabile, è garantire che il pesce, una volta liberato, abbia le massime possibilità di sopravvivere. La scienza ha dimostrato che il fattore più critico per la sopravvivenza del tonno è la durata e l’intensità del combattimento. Un combattimento prolungato causa un accumulo estremo di acido lattico nei muscoli del pesce, portando a uno stato di stress fisiologico così severo da poter essere fatale anche ore dopo il rilascio.

Utilizzare attrezzatura adeguata e sovradimensionata, capace di ridurre i tempi di recupero, è quindi una scelta etica prima ancora che tecnica. L’obiettivo non è solo vincere la sfida, ma vincerla in fretta per preservare la vita dell’avversario. Come sottolinea una guida tecnica per la pesca sportiva, la gestione della fase di recupero è cruciale. Una pressione eccessiva o un recupero troppo violento possono causare lesioni mortali, ma un combattimento troppo lungo è altrettanto letale. Bisogna trovare un equilibrio, mantenendo una pressione costante ma non brutale, che stanchi il pesce senza portarlo al collasso fisiologico.

Oltre a ridurre i tempi, esistono altre pratiche fondamentali per massimizzare il tasso di sopravvivenza. Queste tecniche costituiscono la vera essenza di un Catch & Release rispettoso, che va ben oltre il semplice atto di tagliare la lenza.

Durante la fase di recupero è essenziale mantenere una pressione costante e non forzare eccessivamente la frizione del mulinello. Un recupero troppo rapido o violento può causare la rottura della lenza o lesioni gravi al pesce, compromettendone la sopravvivenza nel caso di rilascio.

– Guida tecnica, Demonocchiali – Pesca Sportiva

L’utilizzo di ami circolari (circle hooks), che tendono a fissarsi nell’angolo della bocca del pesce anziché in profondità, è una delle innovazioni più importanti. Questo facilita enormemente una rimozione rapida e poco traumatica dell’amo, riducendo le emorragie e le lesioni interne. Infine, è essenziale supportare il pesce in acqua, tenendolo delicatamente dalla coda e muovendolo avanti e indietro per favorire il passaggio di acqua ossigenata attraverso le branchie, fino a quando non riacquista le forze e si allontana nuotando autonomamente.

Ogni avvistamento e ogni interazione, che sia un’osservazione a distanza di un delfino o il rilascio di un tonno, ci mette di fronte alla nostra responsabilità. Trasformare la paura in rispetto e la cattura in un atto di conservazione è il contributo più grande che possiamo dare alla salvaguardia dei magnifici giganti che popolano i nostri mari.

Scritto da Marco Castelli, Biologo marino senior e ricercatore oceanografico con 15 anni di esperienza nello studio della biodiversità del Mediterraneo. Specializzato nel monitoraggio delle specie invasive e nella conservazione degli habitat costieri italiani.