Pubblicato il Marzo 15, 2024

Contrariamente a quanto si pensi, per rinaturare un fiume non servono opere faraoniche, ma un cambio di mentalità: la vera efficacia risiede in interventi leggeri che riattivano la capacità di autoguarigione dell’ecosistema.

  • Lasciare crescere la vegetazione spontanea e mantenere il legno morto in alveo migliora la qualità dell’acqua e crea habitat a costo zero.
  • La rimozione selettiva di piccole barriere obsolete è uno degli interventi più efficaci per far tornare la fauna ittica.

Raccomandazione: Invece di “pulire” eccessivamente, concentratevi sul rimuovere gli ostacoli artificiali e lasciate che il fiume lavori per voi, sfruttando i processi di “disordine ecologico” per massimizzare la biodiversità.

In molte città e campagne italiane, i corsi d’acqua che un tempo brulicavano di vita sono oggi ridotti a canali artificiali, stretti tra argini di cemento e sponde brulle. Per un’associazione ambientalista locale o un comitato di quartiere, l’idea di recuperare questi ecosistemi può sembrare una missione impossibile, dominata dalla percezione che siano necessarie opere idrauliche complesse, dragaggi costosi o interventi ingegneristici fuori portata. Si parla spesso di migliorare la qualità dell’acqua agendo sugli scarichi, un’azione fondamentale ma che da sola non basta a ricreare un ambiente vivo.

Ma se la vera chiave non fosse “fare di più”, bensì “fare meno” in modo intelligente? E se la strategia più potente fosse quella di diventare alleati del fiume, rimuovendo gli ostacoli che ne bloccano l’energia e permettendogli di guarire da solo? Questo approccio, noto come rewilding o rinaturazione, si basa su un’idea controintuitiva ma scientificamente fondata: il “disordine ecologico” — canneti, alberi caduti, anse sinuose — non è sporcizia, ma il motore della vitalità di un fiume. L’intervento umano più efficace è spesso quello che si limita a innescare i processi di autoguarigione fluviale, con costi minimi e benefici enormi per la biodiversità e la comunità.

Questo articolo è una guida pratica pensata per chi vuole agire concretamente. Esploreremo otto strategie a basso impatto che permettono di riportare la vita in un torrente o fiume canalizzato, dimostrando che la più grande opera di ingegneria è spesso la natura stessa, una volta liberata dalle nostre costrizioni.

Perché lasciare crescere le canne sulla riva migliora la qualità dell’acqua a costo zero?

La prima tentazione di fronte a una riva “disordinata” è quella di sfalciare tutto per dare un’impressione di pulizia e ordine. Questo è uno degli errori più comuni e dannosi. La vegetazione riparia, in particolare le cannuccie di palude (Phragmites australis), non è un’erbaccia infestante, ma un sofisticato sistema di bio-depurazione a costo zero. Queste piante agiscono come una fascia tampone, un filtro naturale che intercetta i nutrienti in eccesso (azoto e fosforo) provenienti dai terreni circostanti, impedendo che finiscano in acqua e causino fioriture algali anomale (eutrofizzazione).

L’apparato radicale dei canneti consolida le sponde in modo molto più efficace e resiliente di qualsiasi opera in cemento, prevenendo l’erosione. Inoltre, questa fitta vegetazione crea un micro-habitat fondamentale per la fauna selvatica: insetti, anfibi e uccelli nidificanti trovano riparo e cibo. Lasciare che queste piante crescano non significa abbandonare il fiume, ma applicare una gestione selettiva. I Consorzi di Bonifica in Italia, ad esempio, stanno adottando sempre più protocolli che prevedono sfalci mirati, mantenendo fasce di vegetazione intatte per tutelare l’ecosistema e garantendo al contempo la sicurezza idraulica nei periodi di piena.

Dettaglio macro della cannuccia di palude lungo la sponda di un fiume italiano

Come si vede nell’immagine, la struttura stessa di queste piante è complessa e offre innumerevoli nicchie ecologiche. L’idea di una sponda “pulita” è un concetto puramente estetico che non ha alcun fondamento ecologico. Un fiume sano è un fiume con le sponde vive e vegetate, un sistema dinamico in cui ogni elemento, anche quello che ci appare caotico, svolge una funzione precisa.

Abbracciare questo “disordine ecologico” è il primo passo, e il più economico, per avviare un processo di rinaturazione efficace.

Come la rimozione di una piccola briglia inutile può far tornare i pesci migratori in un anno?

I fiumi italiani sono tra i più frammentati d’Europa. Migliaia di piccole e grandi barriere — briglie, traverse, soglie — interrompono la continuità ecologica, impedendo ai pesci di risalire la corrente per raggiungere le aree di riproduzione. Molte di queste opere sono obsolete, costruite decenni fa per scopi irrigui, industriali o di laminazione oggi non più necessari. La loro permanenza è una condanna per specie come la trota marmorata, il barbo o l’anguilla. Rimuovere anche solo una piccola briglia può avere un impatto quasi istantaneo e spettacolare.

Una volta rimosso l’ostacolo, il fiume riprende a scorrere naturalmente. La velocità della corrente aumenta localmente, ossigenando l’acqua e pulendo i fondali dal limo, riportando alla luce i ciottoli ideali per la deposizione delle uova. Nel giro di una sola stagione riproduttiva, i pesci a monte e a valle possono ricolonizzare l’intero tratto. Questo non è un sogno, ma una realtà documentata in tutta Europa: secondo il rapporto Dam Removal Europe, nel solo 2022 sono state rimosse almeno 325 barriere in 16 Paesi, con risultati eccezionali.

Per le associazioni locali, il primo passo è mappare questi ostacoli. Strumenti come l’app “Barrier Tracker”, promossa da diverse organizzazioni, permettono a chiunque di georeferenziare e classificare le barriere, creando una base dati fondamentale per pianificare gli interventi. Come sottolinea il WWF Italia nella sua campagna Liberiamo i Fiumi:

L’Italia, considerando la propria estensione, dovrebbe impegnarsi per il recupero di almeno 1600 km di fiumi, poiché le numerose barriere, traverse e dighe frammentano la continuità ecologica fluviale, impedendo le migrazioni di molti pesci verso le aree di riproduzione.

– WWF Italia, Campagna Liberiamo i fiumi

La rimozione di una briglia, se ben pianificata e autorizzata, è un intervento chirurgico dall’altissimo ritorno ecologico. Dimostra che a volte, per riportare la vita, l’azione più efficace è semplicemente togliere qualcosa che non serve più.

Identificare le barriere inutili sul proprio territorio e proporne la rimozione agli enti competenti è una delle azioni più strategiche che un comitato locale possa intraprendere.

Piantare alberi o proteggere i semi naturali: quale metodo crea un bosco ripariale più forte?

Una volta lasciate crescere le erbe pioniere, il passo successivo è ristabilire un bosco ripariale, fondamentale per ombreggiare l’acqua, stabilizzare le sponde e fornire habitat. Qui si presenta una scelta strategica: la piantumazione attiva, ovvero mettere a dimora giovani alberi acquistati in vivaio, o la rigenerazione naturale assistita, che consiste nel proteggere e favorire la crescita dei semi già presenti nel terreno o portati dal vento e dall’acqua.

Sebbene la piantumazione sembri più rapida e controllabile, la ricerca e l’esperienza sul campo dimostrano che la rigenerazione naturale, nel medio-lungo periodo, crea un bosco più resiliente, biodiverso e adattato alle condizioni locali. Le piante che nascono spontaneamente sono quelle geneticamente più adatte a quel suolo e a quel microclima. La competizione naturale seleziona gli individui più forti, portando a una foresta più strutturata e resistente a siccità o malattie.

L’approccio “passivo” è anche incredibilmente più economico, eliminando i costi di acquisto delle piante e di manutenzione (irrigazione, sfalci selettivi) necessari nei primi anni di vita di un rimboschimento artificiale. Un’analisi comparativa chiarisce bene i pro e i contro dei due metodi.

Confronto tra piantumazione attiva e rigenerazione naturale
Aspetto Piantumazione attiva Rigenerazione naturale
Costo iniziale Alto (acquisto piante, manodopera) Quasi nullo
Manutenzione Necessaria per 3-5 anni Non richiesta
Diversità specifica Limitata alle specie piantate Alta, evolve naturalmente
Resilienza climatica Media Alta (adattamento locale)
Tempi di sviluppo Più rapidi inizialmente Più lenti ma più stabili

Come mostra la tabella, basata su dati di monitoraggio di progetti di rinaturazione, la scelta dipende dagli obiettivi e dal contesto. In aree estremamente degradate e prive di una “banca del seme” nel suolo, un intervento di piantumazione iniziale può essere necessario per innescare il processo. Ma nella maggior parte dei casi, proteggere l’area e lasciare fare alla natura è la strategia vincente. In Svizzera, modello per l’Italia, si è visto che gli ambienti alluvionali ospitano, sull’1% del territorio, ben metà della flora e fauna indigena, proprio grazie a questa dinamica naturale.

Proteggere ciò che nasce spontaneamente è un atto di fiducia nei confronti della natura che ripaga con un ecosistema più forte e autonomo.

L’errore di “pulire troppo” il letto del fiume che aumenta la velocità della corrente e l’erosione

Il concetto di “pulizia” viene spesso esteso in modo errato anche al letto del fiume. La rimozione sistematica di tronchi, rami e ammassi di legno caduti in acqua, percepiti come ostacoli pericolosi o antiestetici, è un grave errore di gestione. Questo materiale, noto come legno morto in alveo (LMA) o large woody debris, è un elemento strutturale essenziale per la salute di un corso d’acqua. Ogni tronco sommerso funziona come un piccolo ingegnere ecosistemico.

Innanzitutto, il legno diversifica la corrente. Invece di un flusso d’acqua uniforme e veloce che erode il fondale (come in un canale artificiale), il legno crea una sequenza di piccole rapide e pozze tranquille. Questo non solo aumenta l’ossigenazione dell’acqua, ma crea una molteplicità di micro-habitat: le pozze offrono rifugio ai pesci adulti, mentre le aree a corrente più lenta sono ideali per i giovani avannotti. Inoltre, il legno trattiene il sedimento fine e le foglie, creando il substrato ideale per la vita di macroinvertebrati (larve di insetti, gamberi di fiume), che sono la base della catena alimentare fluviale.

Tronco sommerso che crea micro-habitat in un fiume italiano

Rimuovere il legno significa rettificare e semplificare il fiume, aumentandone la velocità e la forza erosiva. Un fiume più veloce e potente è un fiume più pericoloso durante le piene. Mantenere il legno morto ben integrato nell’alveo, al contrario, contribuisce a dissipare l’energia della corrente e a stabilizzare il sistema. L’ingegneria naturalistica moderna non rimuove più il legno, ma lo utilizza attivamente in tecniche di “ri-complessificazione” per ridare al fiume la sua naturale e benefica sinuosità.

Piano d’azione: Gestire il legno per un fiume sano

  1. Inventario: Mappare i tronchi e gli accumuli di legno esistenti, distinguendo quelli stabili da quelli potenzialmente pericolosi per ponti o altre infrastrutture.
  2. Priorità alla sicurezza: Rimuovere solo i tronchi che rappresentano un rischio idraulico accertato, in collaborazione con le autorità competenti.
  3. Ri-posizionamento: Ancorare saldamente i tronchi “sicuri” al fondale o alle sponde per creare habitat stabili e diversificare la corrente, invece di rimuoverli.
  4. Integrazione: Nelle zone prive di legno, utilizzare materiale locale (tronchi di alberi non autoctoni rimossi dalle sponde) per creare nuove strutture in alveo.
  5. Monitoraggio: Osservare come cambiano la morfologia del fiume e la presenza di fauna ittica in risposta alla presenza del legno, per affinare gli interventi futuri.

Un fiume “pulito” è spesso un fiume morto. Un fiume vivo è complesso, vario e, sì, anche un po’ “disordinato”.

Sequenza di intervento: cosa fare prima, la qualità dell’acqua o la morfologia delle sponde?

Di fronte a un fiume degradato, una domanda strategica sorge spontanea: è più urgente risolvere i problemi di inquinamento chimico (la qualità dell’acqua) o ripristinare la struttura fisica del fiume (la morfologia delle sponde e dell’alveo)? La risposta è: dipende dalla natura del problema. Non esiste una sequenza unica, ma una matrice decisionale che può guidare l’azione delle associazioni locali, ottimizzando risorse e tempo.

I due aspetti sono strettamente interconnessi. Un fiume con sponde vegetate e una buona morfologia ha una maggiore capacità di autodepurazione, riuscendo a mitigare un inquinamento diffuso. D’altra parte, se un fiume è soggetto a sversamenti chimici da una fonte puntiforme (uno scarico industriale o fognario), qualsiasi intervento morfologico sarà inutile finché la fonte di inquinamento non viene eliminata. La chiave è quindi diagnosticare correttamente l’origine del degrado per stabilire le priorità.

Strumenti di pianificazione come i Contratti di Fiume, promossi in Italia in attuazione delle direttive europee, sono il contesto ideale per definire queste strategie in modo partecipato, coinvolgendo tutti gli attori del territorio. Il grande progetto di Rinaturazione del fiume Po, ad esempio, integra interventi sulla morfologia (riapertura di lanche e rami morti) con quelli per la gestione della risorsa idrica, dimostrando che un approccio olistico è quello vincente.

Per un comitato locale, una semplice matrice può aiutare a orientare le prime mosse, come illustrato nella seguente tabella.

Matrice decisionale per priorità di intervento
Tipo di inquinamento Priorità intervento Azione raccomandata
Fonte puntiforme (scarichi) Qualità acqua Agire direttamente sulla fonte (segnalazioni, pressione politica)
Fonte diffusa (agricoltura) Morfologia sponde Creare fasce tampone vegetate e piccole zone umide
Misto Interventi pilota paralleli Monitoraggio adattivo con citizen science

La diagnosi è il primo passo verso la cura. Identificare se il problema principale è uno scarico abusivo o il dilavamento di un campo agricolo cambia completamente la strategia di intervento e massimizza le possibilità di successo.

Quando avviare un progetto di rinaturazione per massimizzare i fondi del PNRR?

La risposta è: subito. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e altri fondi europei e nazionali rappresentano un’opportunità storica per finanziare progetti di riqualificazione fluviale. Tuttavia, per accedere a questi fondi non si può improvvisare. La chiave del successo è avere progetti “pronti nel cassetto”, ovvero studi di fattibilità già elaborati e condivisi con gli enti locali prima ancora che i bandi vengano pubblicati.

Le associazioni e i comitati di quartiere possono giocare un ruolo fondamentale in questa fase preparatoria. Invece di aspettare, possono promuovere la stesura di progetti preliminari basandosi sugli strumenti di pianificazione esistenti, come i Contratti di Fiume. Un progetto ben strutturato che non si limita a evidenziare i benefici ecologici, ma sottolinea anche i co-benefici per la comunità, ha molte più probabilità di essere finanziato. Questi includono:

  • Mitigazione del rischio idrogeologico: Un fiume rinaturato con ampie golene e vegetazione rallenta le piene e riduce i rischi per i centri abitati.
  • Creazione di aree verdi fruibili: Le sponde recuperate diventano parchi lineari, percorsi ciclopedonali e luoghi di socialità.
  • Sequestro di carbonio: I boschi ripariali e le zone umide sono efficaci pozzi di carbonio.
  • Aumento della resilienza climatica: Un ecosistema fluviale sano mitiga gli effetti di siccità e ondate di calore.

È fondamentale utilizzare la terminologia corretta nelle proposte progettuali. Parole chiave come “soluzioni basate sulla natura (NBS)”, “servizi ecosistemici” e “resilienza” sono quelle che i valutatori cercano, perché allineano il progetto agli obiettivi strategici dell’Unione Europea. Nonostante l’importanza di questi interventi, il CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale) ha evidenziato come, nel contesto della rinaturazione del Po, l’Italia abbia destinato a questo obiettivo una porzione molto ridotta delle risorse disponibili, ignorando gli indirizzi UE. Ciò rende ancora più cruciale presentare progetti impeccabili e strategici per intercettare i fondi esistenti.

La proattività è tutto: creare partenariati solidi con Comuni, università e imprese e preparare progetti solidi è il modo migliore per trasformare una visione in una realtà finanziata.

Perché aspettare che la natura faccia da sola a volte è meglio che intervenire subito?

Questo è forse il concetto più difficile da accettare, ma anche il più potente del rewilding: la rinaturazione passiva. Significa fare un passo indietro, rimuovere le pressioni e le fonti di degrado (come una barriera, un’arginatura eccessiva o una fonte di inquinamento) e poi avere la pazienza di aspettare che la natura faccia il suo corso. Questo approccio si basa sulla constatazione che gli ecosistemi hanno un’incredibile capacità di autoguarigione, se messi nelle condizioni di farlo.

Dare spazio a fiumi e torrenti, come suggerisce uno studio di Anter Italia, ha benefici immediati. Come sottolineano gli esperti:

Dare spazio a fiumi e torrenti, ripristinandone lo stato naturale contribuisce a contenere le piene. Quando il livello dell’acqua aumenta, la vegetazione rallenta lo scorrimento dell’acqua e le golene fungono da vaso tampone.

– Anter Italia, Spazio ai fiumi! – Studio sulla rinaturazione

Un esempio straordinario di rinaturazione passiva in Italia è il ritorno spontaneo del castoro. Questo animale, scomparso per secoli, è un “ingegnere ecosistemico” per eccellenza. Senza alcun costo per lo Stato e senza alcun progetto umano, i castori stanno costruendo dighe che creano piccole zone umide, rallentano il flusso dell’acqua, aumentano la biodiversità e migliorano la capacità del territorio di trattenere l’acqua durante i periodi di siccità.

Studio di caso: Il ritorno del castoro come agente di rewilding

In diverse aree del Friuli, Trentino e Toscana, il castoro è tornato spontaneamente a colonizzare i corsi d’acqua. La sua attività di costruzione di dighe, inizialmente vista con sospetto, si sta rivelando un potentissimo strumento di rinaturazione. Le zone umide create dalle sue dighe trattengono i sedimenti, purificano l’acqua e diventano habitat per libellule, anfibi e uccelli acquatici. Questo fenomeno incarna perfettamente il principio del “passive rewilding”: un singolo animale, tornando nel suo habitat, sta ripristinando funzioni ecosistemiche che sarebbero costate milioni di euro in progetti di ingegneria.

Ovviamente, la rinaturazione passiva non è sempre possibile o sufficiente, specialmente in contesti urbani molto compromessi. Ma ci insegna una lezione fondamentale: prima di intervenire, dobbiamo sempre chiederci se non sia più saggio ed efficace rimuovere semplicemente gli ostacoli e avere la pazienza di osservare la potente risposta della natura.

A volte, il miglior piano d’azione è un piano di “inazione” strategica e vigile.

Da ricordare

  • La vegetazione riparia e il legno morto non sono “sporcizia”, ma elementi vitali per la salute e la struttura di un fiume.
  • La rimozione di piccole barriere obsolete ha un impatto enorme e quasi immediato sul ritorno della fauna ittica a costi contenuti.
  • La rigenerazione naturale, dove possibile, crea boschi ripariali più resilienti ed economici rispetto alla piantumazione attiva.

Come riportare la vita in un torrente “morto” dopo uno sversamento chimico?

Uno sversamento chimico è uno degli eventi più traumatici per un ecosistema fluviale. L’acqua può diventare tossica, uccidendo istantaneamente pesci, insetti e microrganismi e lasciando dietro di sé un desolante “deserto biologico”. Di fronte a un simile disastro, l’istinto sarebbe quello di intervenire subito. Tuttavia, anche in questo caso, la fretta è cattiva consigliera e un protocollo d’azione preciso è fondamentale per non causare ulteriori danni.

La prima, inderogabile azione è contattare l’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) della propria regione. Solo l’ARPA ha gli strumenti per analizzare la natura dell’inquinante, valutare l’entità del danno e determinare quando il pericolo per l’ecosistema e per la salute umana è cessato. Qualsiasi intervento di ripristino prima del loro “via libera” è non solo inutile, ma potenzialmente pericoloso. Una volta che l’agente inquinante è stato diluito o neutralizzato, si può iniziare a pensare alla ricolonizzazione biologica.

Un fiume “morto” non è sterile per sempre. La vita può essere reintrodotta, ma deve essere fatto con criterio. Ecco un protocollo di intervento post-emergenza:

  1. Attendere il via libera dell’ARPA: Non agire finché le analisi non confermano che la fase acuta dell’inquinamento è terminata.
  2. Inoculazione biologica: Una volta sicuro, si possono prelevare piccole quantità di substrato (sassi, ghiaia coperti di biofilm) da un tratto sano del fiume a monte e trasferirle nel tratto danneggiato. Questo “trapianto” di microrganismi accelera la ripartenza della catena alimentare.
  3. Reintroduzione di specie pioniere: Introdurre specie di macroinvertebrati molto resilienti, come i gamberetti d’acqua dolce (gammaridi), che possono aiutare a ricolonizzare rapidamente il fondale.
  4. Monitoraggio partecipato: Coinvolgere i cittadini nel monitoraggio della ripresa utilizzando indici semplici come il M.A.C.R.O., che valuta la salute del fiume basandosi sulla presenza di diversi gruppi di macroinvertebrati.

Anche dopo un evento catastrofico, la capacità di resilienza di un fiume è sorprendente, a patto di supportarla con interventi mirati e scientificamente corretti, evitando azioni impulsive dettate solo dalla buona volontà.

Il primo passo per la vostra associazione è mappare le criticità del vostro corso d’acqua e presentare un progetto preliminare al vostro Comune. Iniziate oggi a trasformare quel canale in un corridoio di vita.

Scritto da Elisa Molinari, Limnologa e naturalista esperta in ecosistemi d'acqua dolce, con 12 anni di attività nel ripristino di zone umide e fiumi. Consulente per enti parco regionali nella gestione della fauna acquatica e della vegetazione ripariale.