Pubblicato il Marzo 15, 2024

Rimuovere le “alghe secche” (Posidonia) dalla spiaggia non la rende più sicura, ma la condanna all’erosione, generando costi milionari nascosti per le casse pubbliche.

  • Ogni camion di “pulizia” meccanica può asportare illegalmente fino a 10 metri cubi di sabbia preziosa insieme alle foglie.
  • Conservare la Posidonia sulla spiaggia riduce la necessità di costosi interventi di ripascimento artificiale fino al 70%, proteggendo l’arenile in modo naturale e gratuito.

Raccomandazione: Trattare la Posidonia non come un rifiuto da smaltire, ma come l’infrastruttura ecologica fondamentale che protegge il nostro capitale costiero e la vitalità del nostro mare.

L’immagine è familiare a chiunque frequenti le coste italiane: cumuli scuri di quelle che sembrano “alghe secche” che punteggiano la battigia, emanando un odore marino pungente. Per molti turisti, è il simbolo di una spiaggia “sporca”, un fastidio da eliminare. Per gli amministratori locali, è una fonte di lamentele e pressioni per “ripulire” e presentare un litorale da cartolina. Questo riflesso, apparentemente logico e orientato al cliente, nasconde però una verità scomoda e un errore di calcolo colossale. La corsa a una pulizia estetica sta, di fatto, distruggendo l’oggetto stesso che si vorrebbe valorizzare: la spiaggia.

La soluzione comune è l’intervento meccanico con ruspe e camion, un’operazione che rimuove il “disturbo” visivo. Ma se questa pratica fosse non solo dannosa, ma anche economicamente insostenibile? E se quei cumuli di materia organica non fossero un rifiuto, ma la più efficace e gratuita polizza assicurativa contro l’erosione costiera? Questo articolo si propone di smontare il mito della “spiaggia pulita” a tutti i costi, dimostrando, dati alla mano, come la conservazione della Posidonia spiaggiata non sia un compromesso ecologico, ma la strategia economicamente più intelligente per il futuro delle nostre coste.

Andremo oltre la semplice distinzione botanica per esplorare il ruolo vitale di questa pianta. Analizzeremo i costi reali e nascosti della rimozione meccanica, confronteremo l’efficacia delle barriere naturali con i costosi e temporanei interventi di ripascimento, e sveleremo come la salute di queste praterie sottomarine sia direttamente collegata alla qualità del pesce che troviamo nei ristoranti locali. Infine, vedremo come trasformare questa presunta “criticità” in un’opportunità di ecoturismo, generando valore da ciò che oggi viene erroneamente considerato un rifiuto.

Per chi preferisce un’immersione visiva che cattura l’essenza e la bellezza di questa pianta fondamentale per il Mediterraneo, il video seguente offre una prospettiva complementare, mostrando la vita che prospera all’interno delle praterie sottomarine.

In questo articolo, esploreremo in dettaglio ogni aspetto di questo complesso ecosistema, fornendo agli amministratori dati concreti per scelte più consapevoli e ai turisti una nuova prospettiva per apprezzare la vera natura di una spiaggia viva e sana. Ecco i punti che affronteremo.

Perché la Posidonia ha fiori e frutti e non è un’alga (e perché è importante saperlo)?

Il primo, fondamentale passo per comprendere il valore di ciò che si accumula sulle nostre spiagge è smettere di chiamarle “alghe”. La Posidonia oceanica non è un’alga, ma una pianta superiore, del tutto simile a quelle che crescono sulla terraferma. Possiede radici, un fusto (rizoma), lunghe foglie a nastro, e, cosa più sorprendente, fiorisce e produce frutti. Questi frutti, noti in molte località italiane come “olive di mare“, galleggiano fino a riva, testimoniando un ciclo vitale complesso e affascinante. Questa distinzione non è un semplice vezzo da biologi marini, ma ha implicazioni legali ed ecologiche enormi. Essendo una pianta superiore, la Posidonia forma vere e proprie praterie sottomarine, habitat complessi e tridimensionali.

Le alghe, al contrario, sono organismi molto più semplici, privi di questa struttura. La differenza è cruciale perché le praterie di Posidonia sono tutelate a livello europeo. Sono infatti classificate come Habitat prioritario numero 1120 secondo la Direttiva Habitat 92/43 CEE, il che significa che la loro protezione è un obbligo di legge. Questo status deriva dal loro ruolo insostituibile nell’ecosistema marino. L’odore pungente che a volte si sente non è segno di inquinamento, ma il naturale profumo della decomposizione organica, simile a quello del sottobosco in autunno. Capire che stiamo parlando di una pianta protetta, e non di un’alga infestante, cambia completamente la prospettiva: non si tratta di “pulire” un rifiuto, ma di gestire una parte vitale di un habitat tutelato.

Come gestire i cumuli di Posidonia in inverno per proteggere la sabbia senza rimuoverli?

Una volta compreso che le foglie spiaggiate, dette “banquette”, sono una risorsa, la domanda diventa: come gestirle? La rimozione totale è la soluzione peggiore, ma lasciarle in loco durante l’alta stagione turistica può essere problematico. Esistono però strategie di gestione ecosostenibile che bilanciano fruizione turistica e protezione costiera. L’approccio più efficace prevede una gestione stagionale: durante l’inverno, le banquette devono essere lasciate al loro posto, dove svolgono la loro funzione più critica. Agiscono come una barriera naturale che smorza l’energia delle mareggiate, impedendo alle onde di “mangiare” la spiaggia e portar via la sabbia. Questo processo è l’assicurazione gratuita contro l’erosione.

Con l’avvicinarsi della stagione estiva, si possono adottare soluzioni intermedie. Invece di una rimozione e smaltimento in discarica (costoso e dannoso), le foglie possono essere spostate temporaneamente ai margini dell’arenile o in aree apposite. Qui possono essere utilizzate in modo creativo, come dimostra il progetto BARGAIN nel Lazio, dove la Posidonia è stata impiegata come imbottitura per arredi da spiaggia. Alla fine della stagione estiva, il materiale accumulato viene semplicemente ridistribuito sulla spiaggia per riprendere la sua funzione di scudo protettivo invernale.

L’uso di bio-recinzioni in materiali naturali, come canne o legno, può aiutare a stabilizzare gli accumuli e a delinearne le aree, rendendo l’intervento meno impattante e visivamente più integrato nel paesaggio.

Bio-recinzioni in legno e canne per stabilizzare le banquette di Posidonia durante l'inverno

Questo approccio, come si può vedere, non mira all’eliminazione, ma a una convivenza intelligente. Si tratta di un modello di “spiaggia ecologica” dove l’intervento umano non cancella i processi naturali, ma li guida per conciliare le diverse esigenze. Una gestione di questo tipo richiede pianificazione e un cambio di mentalità, ma i benefici a lungo termine superano di gran lunga lo sforzo iniziale.

Spiaggia pulita o spiaggia protetta: quale strategia costa meno al comune nel lungo periodo?

La percezione comune è che una spiaggia “pulita”, ovvero priva di Posidonia, sia un investimento necessario per il turismo. Tuttavia, un’analisi dei costi a lungo termine rivela una realtà opposta. La strategia della rimozione sistematica è un pozzo senza fondo di spese pubbliche, mentre la conservazione rappresenta un enorme risparmio. La rimozione e il trasporto in discarica delle banquette hanno un costo diretto significativo, ma il vero salasso economico è nascosto nei costi indiretti. Il problema principale è che, durante la rimozione meccanica, fino al 50% di sabbia viene rimossa insieme alle banquette, secondo i dati ISPRA. Questo significa che per ogni due camion di Posidonia portati via, si perde quasi un camion di sabbia, il “capitale” stesso della spiaggia.

Questa perdita costante di sedimento rende le spiagge più vulnerabili all’erosione e obbliga i comuni a intervenire con costosissimi ripascimenti artificiali, operazioni che consistono nel riversare nuova sabbia (spesso da cave) sull’arenile. Questi interventi non solo hanno un impatto ambientale, ma sono anche una soluzione temporanea la cui durata è drasticamente ridotta proprio dall’assenza della protezione naturale offerta dalla Posidonia. Il seguente confronto, basato sui dati forniti da ISPRA, mostra in modo inequivocabile la differenza economica tra i due approcci.

Analisi costi-benefici: rimozione vs conservazione della Posidonia
Voce di costo Spiaggia ‘pulita’ (rimozione) Spiaggia ecologica (conservazione)
Costo annuale rimozione/trasporto 15.000-30.000 €/km 0 €
Conferimento in discarica 8.000-12.000 €/km 0 €
Perdita sabbia (rimossa con le foglie) 50% del volume rimosso 0%
Necessità ripascimento artificiale Ogni 2-3 anni Ogni 8-10 anni
Costo ripascimento per km 100.000-200.000 € Ridotto del 60-70%

I numeri parlano chiaro: una spiaggia protetta, dove la Posidonia viene gestita ecologicamente, non solo fa risparmiare decine di migliaia di euro all’anno in costi di smaltimento, ma riduce drasticamente la frequenza e l’entità dei ripascimenti, generando un risparmio che può arrivare a centinaia di migliaia di euro nel medio periodo. La spiaggia “pulita” è un lusso insostenibile; la spiaggia protetta è un investimento intelligente.

L’errore di usare ruspe pesanti che rimuovono tonnellate di sabbia insieme alle foglie morte

L’immagine di una ruspa che “pettina” la spiaggia all’alba può dare un’impressione di efficienza e pulizia. In realtà, è la scena di un crimine ambientale ed economico. L’uso di mezzi meccanici pesanti per la rimozione delle banquette è la pratica più distruttiva in assoluto, un errore che amplifica esponenzialmente i problemi visti in precedenza. Il peso di questi veicoli compatta la sabbia, distruggendo la microfauna che vive nell’arenile e alterando la struttura naturale della spiaggia. Ma il danno più grave e immediato è la rimozione involontaria di enormi quantità di sedimento. Le foglie di Posidonia, bagnate e intrecciate, intrappolano una grande quantità di sabbia che viene inevitabilmente caricata e portata via con esse.

Le stime sono allarmanti: le linee guida ISPRA del 2024 indicano che ogni camion di Posidonia rimosso può contenere fino a 10 metri cubi di sabbia. Si tratta di un vero e proprio furto di capitale naturale, pagato con fondi pubblici. Questa pratica innesca un circolo vizioso: la rimozione della sabbia accelera l’erosione, il che aumenta la necessità di ripascimenti artificiali, i cui benefici vengono poi vanificati da nuove “pulizie” meccaniche. L’ISPRA stessa mette in guardia contro questa pratica.

Confronto visivo tra il volume di una ruspa e la quantità di sabbia asportata in un giorno di pulizia meccanica

Come sottolinea l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale:

Tale pratica comporta anche la rimozione di grandi quantità di sabbia che rimane intrappolata nelle banquettes inducendo le Amministrazioni locali a successivi interventi di ripascimento delle spiagge e di protezione della costa dall’erosione

– ISPRA, Formazione e gestione delle banquettes di Posidonia oceanica sugli arenili – MLG 55/2010

L’uso di ruspe non è una soluzione, ma la causa principale del problema dell’erosione in molte località turistiche. È una scelta che sacrifica la salute a lungo termine della spiaggia per un beneficio estetico effimero e costoso.

Quando la prateria sommersa diventa l’asilo nido dei pesci che mangeremo al ristorante

Il valore della Posidonia non si esaurisce sulla spiaggia. Le foglie che vediamo a riva sono solo la parte finale del ciclo di vita di un ecosistema sottomarino tra i più ricchi e importanti del Mediterraneo: la prateria di Posidonia. Questi “boschi” sottomarini sono un’oasi di biodiversità, agendo come un vero e proprio “asilo nido” (nursery) per innumerevoli specie marine. Le loro fitte foglie offrono rifugio a uova, larve e giovani pesci, proteggendoli dai predatori e fornendo loro cibo. Si stima che le praterie ospitino oltre il 25% delle specie di flora e fauna del Mediterraneo, pur coprendo una frazione minima dei suoi fondali.

Questo ruolo è fondamentale non solo per l’equilibrio ecologico, ma anche per l’economia locale, in particolare per la pesca e il turismo gastronomico. Molte delle specie ittiche più apprezzate sulle nostre tavole, come saraghi, orate, triglie e spigole, dipendono direttamente o indirettamente dalla salute delle praterie di Posidonia per completare il loro ciclo vitale. L’esperienza dei pescatori artigianali, ad esempio in Sardegna, conferma da generazioni che le zone di pesca più ricche sono quelle adiacenti a praterie sane. La distruzione di questi habitat, causata da ancoraggi selvaggi, inquinamento o interventi costieri sconsiderati (come ripascimenti con sabbie non idonee che soffocano le piante), ha un impatto diretto sulla quantità e qualità del pescato.

Proteggere la Posidonia, sia quella sommersa che quella spiaggiata (che fornisce nutrienti essenziali all’ecosistema costiero), significa quindi proteggere la filiera ittica locale. La prossima volta che si ordina un’orata alla griglia in un ristorante sul mare, vale la pena ricordare che la qualità di quel piatto potrebbe dipendere dalla salute di quelle stesse “alghe” che alcuni vorrebbero vedere rimosse dalla spiaggia. C’è una connessione diretta e inscindibile tra la vitalità dell’ecosistema e la vitalità dell’economia turistica.

Perché un metro di fango costiero trattiene più CO2 di un ettaro di foresta amazzonica?

Oltre a proteggere le coste e a sostenere la biodiversità, le praterie di Posidonia svolgono un altro ruolo cruciale, spesso sottovalutato: sono tra i più potenti “pozzi di carbonio” del pianeta. Questo fenomeno, noto come carbonio blu (blue carbon), si riferisce alla capacità degli ecosistemi marini e costieri di catturare e immagazzinare enormi quantità di anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera. In questo, la Posidonia è una campionessa assoluta. Attraverso la fotosintesi, non solo produce grandi quantità di ossigeno (si stima tra i 10 e i 15 litri di ossigeno al giorno per metro quadrato), ma sequestra il carbonio e lo immagazzina nei suoi rizomi e nei sedimenti sottostanti per secoli, se non millenni.

La sua efficienza è sbalorditiva. Studi scientifici hanno dimostrato che, a parità di superficie, una prateria di Posidonia può assorbire 15 volte più CO2 rispetto a un’area equivalente di foresta amazzonica. Il carbonio non viene immagazzinato solo nella pianta viva, ma anche nella materia organica morta, comprese le foglie che si depositano sul fondo e quelle che arrivano a riva formando le banquette. Ecco perché la gestione di queste ultime è così critica anche dal punto di vista climatico.

Le praterie di Posidonia italiane stoccano carbonio per millenni. Rimuovere e portare in discarica le banquette accelera il rilascio di CO2 in atmosfera, mentre lasciarle in loco garantisce uno stoccaggio a lungo termine

– CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche, Studio sul Blue Carbon nel Mediterraneo

Quando le banquette vengono rimosse e portate in discarica, il processo di decomposizione accelera e gran parte del carbonio immagazzinato viene rilasciato nuovamente in atmosfera, trasformando un servizio ecologico in una fonte di emissioni. Lasciare la Posidonia sulla spiaggia o gestirla in modo sostenibile non è solo una questione di protezione dall’erosione, ma un contributo concreto alla lotta contro il cambiamento climatico.

Come funziona il ‘re-filling’ della sabbia e quanto dura realmente un intervento?

Di fronte a una spiaggia erosa, la soluzione più comune e apparentemente risolutiva è il “re-filling” o ripascimento artificiale. L’operazione consiste nel prelevare sabbia da cave terrestri o da fondali marini e riversarla sull’arenile per ricostruirne il profilo. Sebbene possa offrire un sollievo visivo immediato, questa pratica è una cura palliativa, costosa e spesso di breve durata, soprattutto se non si agisce sulle cause dell’erosione. Il problema principale è che, in assenza di difese naturali come le banquette di Posidonia, la nuova sabbia è completamente esposta all’azione delle mareggiate. Un singolo evento meteorologico intenso può vanificare un intero intervento, disperdendo in mare migliaia di metri cubi di materiale e milioni di euro di investimenti pubblici.

L’esperienza della costa romagnola, ad esempio, dimostra come gli interventi di ripascimento abbiano una durata media di soli 2-3 anni, richiedendo cicli continui di manutenzione. Un intervento può costare tra 100.000 e 200.000 euro al chilometro, ma la sua efficacia è effimera. Oltre alla durata limitata, ci sono altre criticità:

  • Incompatibilità dei materiali: La sabbia di cava ha spesso una granulometria diversa da quella originale, il che ne accelera la dispersione.
  • Impatto ecologico: L’aumento della torbidità dell’acqua durante le operazioni di sversamento può soffocare le praterie di Posidonia ancora sane, peggiorando ulteriormente la situazione.
  • Alterazione dell’equilibrio: Modifica il profilo naturale della spiaggia, rendendola ancora più instabile.

Il ripascimento non è una soluzione, ma un sintomo di una cattiva gestione a monte. È l’equivalente di riempire continuamente una vasca bucata senza prima tappare il buco. La vera soluzione, più economica e duratura, è proteggere e ripristinare le difese naturali, prima fra tutte la Posidonia, che riducono la necessità stessa di questi interventi artificiali.

Punti chiave da ricordare

  • La Posidonia non è un’alga ma una pianta superiore protetta dalla legge; la sua rimozione, oltre a essere dannosa, è spesso illegale.
  • Le “banquette” di foglie spiaggiate sono barriere naturali gratuite che fermano l’erosione invernale in modo più efficace di costose opere artificiali.
  • I costi combinati di rimozione, smaltimento e successivi ripascimenti artificiali sono fino a 10 volte superiori ai benefici percepiti di una gestione ecologica.

Come avviare un’attività di ecoturismo marino in Italia che sia redditizia e sostenibile?

Il cambio di paradigma da “rifiuto” a “risorsa” non deve essere solo una questione di risparmio sui costi, ma può diventare un motore per una nuova economia turistica, più consapevole e redditizia. La Posidonia e la “spiaggia ecologica” possono trasformarsi da problema percepito a prodotto turistico di valore, capace di attrarre un segmento di visitatori di alta qualità e di destagionalizzare l’offerta. Invece di nascondere le banquette, si possono raccontare. Un esempio concreto è lo sviluppo di attività di “Posidonia-trekking“, come quelle sperimentate nel Parco Nazionale del Circeo. Guide ambientali escursionistiche possono accompagnare turisti e scolaresche alla scoperta di questo ecosistema, spiegando il suo ciclo vitale, il suo ruolo ecologico e le tracce di vita che ospita anche sulla spiaggia.

Queste attività, ideali per la bassa stagione (autunno/primavera), creano occupazione e generano un indotto economico attraverso partnership con hotel, ristoranti e pro loco, promuovendo pacchetti turistici incentrati sulla natura e la sostenibilità. Un altro strumento potente è la creazione di una certificazione volontaria, come “Spiaggia Amica della Posidonia“, per quegli stabilimenti balneari o comuni che adottano pratiche di gestione virtuose. Questo marchio di qualità può diventare un forte vantaggio competitivo, comunicando ai turisti un impegno concreto per la protezione dell’ambiente e attirando un pubblico disposto a pagare di più per un’esperienza autentica e sostenibile. Per un operatore turistico o un’amministrazione locale, investire nella valorizzazione della Posidonia significa trasformare un costo in un’opportunità di marketing e sviluppo.

Piano d’azione: come ottenere la certificazione ‘Spiaggia Amica della Posidonia’

  1. Mantenimento delle banquette: Adottare un piano di gestione stagionale delle banquette spiaggiate, in linea con le direttive ISPRA, privilegiando lo spostamento temporaneo alla rimozione.
  2. Educazione e comunicazione: Installare cartellonistica educativa multilingue che spieghi il valore della Posidonia e formare il personale balneare per rispondere alle domande dei turisti.
  3. Coinvolgimento attivo: Organizzare piccoli eventi di sensibilizzazione, come passeggiate ecologiche o workshop per bambini, per coinvolgere attivamente i visitatori nella scoperta dell’ecosistema.
  4. Monitoraggio e collaborazione: Collaborare con enti di ricerca o associazioni ambientaliste per monitorare annualmente lo stato di salute della prateria antistante e comunicare i risultati.
  5. Promozione mirata: Utilizzare la certificazione come strumento di marketing per attrarre il crescente segmento del turismo sostenibile, evidenziando l’impegno come un valore aggiunto unico.

Smettere di combattere la natura e iniziare a collaborare con essa non è solo una scelta etica, ma una strategia economica vincente che può garantire un futuro prospero e sostenibile per le nostre comunità costiere.

L’adozione di un modello di ecoturismo è il passo finale per trasformare la percezione. Per avviare questo percorso, è cruciale capire come implementare un piano di valorizzazione concreto.

Valutare la propria spiaggia non più in base a quanto è “pulita”, ma a quanto è “viva”, è il primo passo. Per mettere in pratica questi consigli, l’azione successiva consiste nell’avviare un dialogo tra operatori turistici, amministratori e cittadini per definire un piano di gestione sostenibile condiviso per il proprio litorale.

Scritto da Marco Castelli, Biologo marino senior e ricercatore oceanografico con 15 anni di esperienza nello studio della biodiversità del Mediterraneo. Specializzato nel monitoraggio delle specie invasive e nella conservazione degli habitat costieri italiani.