Pubblicato il Marzo 15, 2024

Contrariamente all’idea comune, una bioplastica non si dissolve magicamente in mare: nella maggior parte dei casi, diventa una “trappola fisica” per la fauna, quasi indistinguibile da quella derivata dal petrolio.

  • Le condizioni di temperatura, luce e microbiologia del mare non sono adatte a innescare la biodegradazione prevista in laboratorio.
  • Molte bioplastiche contengono additivi e coloranti che possono essere rilasciati nell’acqua, creando un’eredità tossica.

Raccomandazione: Per i prodotti a rischio di dispersione in mare, l’unica garanzia minima è cercare la certificazione “OK biodegradable MARINE”, che testa la degradazione in condizioni marine reali.

L’immagine è quasi un cliché: un sacchetto di plastica “ecologico” che vola via da un tavolo all’aperto, spinto dal vento verso il mare. Il consumatore si sente sollevato: “È biodegradabile”, pensa. Ma cosa significa davvero? Questa convinzione, alimentata da etichette ambigue come “compostabile”, “bio-based” o “di origine vegetale”, crea un pericoloso malinteso. Siamo portati a credere che un materiale derivato dal mais o dalla canna da zucchero abbia una sorta di passaporto per scomparire senza lasciare traccia una volta immerso in acqua salata. La realtà, purtroppo, è molto più complessa e deludente.

Il problema non risiede tanto nell’origine del polimero – vegetale o fossile – quanto nell’interazione tra quel materiale e le condizioni reali dell’ambiente marino. Un oceano non è un composter industriale. È un ambiente freddo, buio in profondità, con una salinità e una popolazione microbica completamente diverse. Se la vera domanda non fosse “Di cosa è fatto?” ma “Come si comporta una volta in mare?”, scopriremmo che molte delle alternative “verdi” che affollano i nostri scaffali sono destinate a diventare l’ennesima trappola per pesci, tartarughe e cetacei.

Questo articolo non si limiterà a ripetere la differenza tra compostabile e biodegradabile. Andrà più a fondo, esplorando i meccanismi fisici e chimici che rendono inefficace la degradazione delle bioplastiche in mare. Analizzeremo le certificazioni, l’impatto degli additivi tossici nascosti e le alternative concrete per settori critici come la pesca, trasformando la confusione del consumatore in una consapevolezza critica e informata.

Per navigare in questo complesso argomento, abbiamo strutturato l’articolo in sezioni chiare che affrontano ogni aspetto del problema, dalle cause chimiche alle soluzioni pratiche che ogni consumatore può adottare.

Perché una plastica fatta di mais può inquinare il mare esattamente come il petrolio?

Il termine “bioplastica” è un ombrello che copre materiali molto diversi. Uno dei più comuni è il PLA (acido polilattico), derivato da amido di mais. L’etichetta “compostabile” che spesso lo accompagna si riferisce alla sua capacità di decomporsi, ma solo in condizioni molto specifiche: temperature superiori a 50°C e un’alta umidità, tipiche di un impianto di compostaggio industriale. Queste condizioni non esistono in mare aperto, né tanto meno sui fondali freddi e bui dell’Adriatico o del Tirreno. Immerse in acqua, queste plastiche non si dissolvono. Si comportano, di fatto, come la plastica tradizionale: si frammentano lentamente in microplastiche e, nell’immediato, diventano una trappola fisica letale per la fauna marina.

Anche se in Italia si registra un buon tasso di gestione di questi materiali, con il 57,8% degli imballaggi in bioplastica compostabile avviato a riciclo organico, il problema sorge quando questi oggetti sfuggono alla filiera di raccolta e finiscono in mare. Uno studio ha dimostrato che le bioplastiche in mare possono avere effetti negativi diretti sugli animali, compromettendo i loro comportamenti di fuga e riducendo la reattività dei pesci. Una tartaruga che ingerisce un sacchetto in PLA non fa differenza sulla sua origine “naturale”: per lei è un corpo estraneo che ne causa il soffocamento o il blocco intestinale. L’origine vegetale non conferisce alcuna proprietà magica di dissolvenza in ambiente marino.

La distinzione cruciale, quindi, non è tra “vegetale” e “fossile”, ma tra “biodegradabile in un impianto industriale” e “biodegradabile in mare”. Per il nostro ecosistema marino, un sacchetto compostabile disperso è semplicemente un altro pezzo di plastica. L’illusione del compostaggio ci porta ad abbassare la guardia, ma la fisica e la biologia marina ci dicono che l’impatto finale è tragicamente simile a quello della plastica convenzionale.

Come riconoscere la certificazione “OK biodegradable MARINE” e cosa garantisce?

In questo mare di etichette fuorvianti, esiste un unico punto di riferimento serio per i materiali destinati a un potenziale contatto con l’ambiente marino: la certificazione “OK biodegradable MARINE” rilasciata da TÜV AUSTRIA. A differenza delle altre diciture, questa non si basa su condizioni di laboratorio idealizzate o su processi industriali. Garantisce che un prodotto si biodegraderà in un tempo ragionevole proprio nell’ambiente marino, a temperatura ambiente e in presenza dei microrganismi naturalmente presenti in acqua salata.

Ottenere questa certificazione non è affatto semplice. Il produttore deve sottoporre il materiale a un rigoroso protocollo di test che va ben oltre la semplice scomparsa visiva. I requisiti fondamentali includono:

  • Test di biodegradazione: Il polimero deve dimostrare di decomporsi chimicamente in un ambiente che simula l’acqua di mare. Non basta che si frammenti in pezzi più piccoli (diventando microplastica), ma deve essere effettivamente metabolizzato dai microrganismi.
  • Test di ecotossicità: Si verifica che i residui del processo di degradazione non abbiano effetti negativi sulla flora e la fauna marina. Questo assicura che il materiale non rilasci sostanze nocive mentre si decompone.
  • Identificazione del materiale: Il prodotto deve essere descritto in modo chiaro e dettagliato, specificando tutti i suoi componenti, inclusi eventuali additivi o inchiostri, che devono a loro volta essere valutati.

Questa certificazione è quindi l’unica vera bussola per il consumatore che cerca prodotti a basso impatto per l’ambiente marino, come attrezzature da pesca, prodotti per la nautica o packaging per alimenti venduti in prossimità delle coste. Cercare il logo “OK biodegradable MARINE” sull’imballaggio significa scegliere un prodotto che è stato testato per non diventare l’ennesimo rifiuto persistente nei nostri oceani.

Reti da pesca in canapa o nylon riciclato: quale materiale riduce il “ghost fishing”?

Uno dei drammi più silenziosi del mare è il “ghost fishing”, la pesca fantasma. Reti da pesca, nasse e altri attrezzi persi o abbandonati continuano a catturare e uccidere pesci, crostacei e mammiferi marini per decenni, se non secoli. Questo problema è legato alla straordinaria durabilità dei materiali con cui sono realizzate, principalmente polimeri sintetici come il nylon. La domanda sorge spontanea: esistono alternative più sostenibili che possano mitigare questo fenomeno?

Le opzioni principali si dividono in due categorie: il ritorno a materiali naturali e l’innovazione nel riciclo dei sintetici.

  • Fibre naturali come la canapa: Storicamente, le reti erano fatte di fibre naturali che, se perse, si degradavano in tempi relativamente brevi. La canapa, in particolare, offre un’eccellente resistenza alla trazione e all’acqua salata, ma con il vantaggio di essere completamente biodegradabile. Il suo principale svantaggio risiede nella minore durata rispetto al nylon, che richiede sostituzioni più frequenti e costi di manutenzione più alti per i pescatori.
  • Nylon riciclato (es. ECONYL®): Questa soluzione non risolve il problema della persistenza in mare, ma affronta la questione a monte, riducendo la produzione di plastica vergine. Il nylon riciclato, ottenuto da reti da pesca recuperate dai fondali e altri rifiuti plastici, ha le stesse prestazioni e la stessa durabilità di quello nuovo. Il suo impiego si inserisce in un’ottica di economia circolare, dove il rifiuto diventa risorsa.

La scelta ideale dipende dall’obiettivo primario. Per ridurre drasticamente il ghost fishing, i materiali biodegradabili certificati “MARINE” sono la soluzione definitiva. Tuttavia, il nylon riciclato rappresenta un passo fondamentale verso la circolarità del settore, come dimostrano iniziative di pesca sostenibile. Ad esempio, l’O.P. Bivalvia Veneto, operante nelle zone di Venezia e Chioggia, ha ottenuto la certificazione di pesca sostenibile MSC, dimostrando che è possibile coniugare attività economica e rispetto per l’ecosistema, un contesto in cui l’adozione di materiali a minor impatto diventa un passo successivo logico.

Dettaglio macro di fibre di rete da pesca nel porto adriatico

La scelta del materiale per le reti è quindi un compromesso tra durabilità operativa e impatto ambientale a fine vita. L’innovazione tecnologica e modelli di business basati sul recupero e riciclo saranno cruciali per ridurre l’impatto di uno degli strumenti più impattanti per l’ecosistema marino.

L’errore di usare bioplastiche piene di coloranti tossici che avvelenano l’acqua mentre si degradano

L’attenzione del consumatore è spesso focalizzata sul polimero di base: mais, canna da zucchero, patata. Ma un prodotto in bioplastica è raramente composto solo da quello. Proprio come le plastiche tradizionali, necessitano di additivi per ottenere determinate proprietà: coloranti per l’estetica, plastificanti per la flessibilità, stabilizzanti per resistere al calore o ai raggi UV. Qui si nasconde una delle trappole più insidiose: l’eredità tossica.

Anche se il polimero di base fosse certificato come biodegradabile in mare, cosa succede agli additivi chimici che contiene? Se non sono anch’essi testati e provati innocui, possono essere rilasciati nell’ambiente durante il processo di frammentazione e degradazione, avvelenando l’acqua e gli organismi viventi. Un sacchetto colorato di un bel verde “eco” potrebbe rilasciare metalli pesanti o altre sostanze chimiche nocive proprio mentre si decompone.

Come le plastiche convenzionali, anche le bioplastiche necessitano di additivi chimici per durabilità, resistenza al fuoco e impermeabilità, che potrebbero essere tossici per la salute umana.

– Time Magazine, Inchiesta sulle bioplastiche

Questo problema mette in luce l’importanza di una valutazione olistica del prodotto, non solo del suo ingrediente principale. Una vera soluzione sostenibile deve garantire la non tossicità di ogni singolo componente. Purtroppo, la legislazione è spesso carente su questo punto, e il marketing tende a glissare sulla “lista ingredienti” completa di un manufatto in bioplastica. Per il mercato italiano delle bioplastiche, affrontare questa sfida di trasparenza è cruciale, soprattutto in un momento in cui si registra un calo del fatturato del -15,4%, in parte dovuto alla confusione generata da prodotti “falso-riutilizzabili” che minano la fiducia dei consumatori.

Problemi di conservazione: quale materiale bio resiste all’umidità del pesce fresco?

Il settore ittico presenta una sfida unica: la necessità di conservare un prodotto fresco e umido richiede materiali con un’eccellente barriera all’umidità, una caratteristica in cui le plastiche tradizionali, come il polietilene (PE), eccellono. Questo scontra frontalmente con la natura stessa di molti materiali biodegradabili, progettati per essere sensibili all’umidità al fine di decomporsi. Come conciliare quindi la sicurezza alimentare (HACCP) e la conservazione del prodotto con la sostenibilità ambientale?

Non esiste una risposta unica, ma un’analisi comparata dei materiali disponibili può orientare la scelta. Molti materiali compostabili, come i film in PLA, hanno una bassa barriera all’umidità e tendono a perdere le loro proprietà meccaniche a contatto con prodotti bagnati. Questo non solo compromette la conservazione del pesce, ma può portare a rotture del packaging, con conseguenti rischi igienici e spreco alimentare. Anche quando correttamente smaltiti, la loro gestione è complessa: secondo dati ISPRA, in Italia il 63% della frazione umida viene trattato in impianti di digestione anaerobica, processi non sempre ottimali per tutti i tipi di bioplastiche.

La tabella seguente confronta alcune alternative, evidenziando il compromesso tra performance e impatto ambientale in mare.

Confronto materiali per conservazione pesce fresco
Materiale Barriera umidità Tempo degradazione mare Conformità HACCP
Mater-Bi® Media 6-12 mesi Certificata
Film PLA Bassa Anni Certificata
Carta cerata Media-Alta 3-6 mesi Certificata
PE tradizionale Alta Secoli Certificata

Dall’analisi emerge che materiali come il Mater-Bi® (spesso certificato MARINE) o la carta cerata offrono un compromesso interessante, pur non eguagliando le performance del PE tradizionale. La scelta finale per un operatore del settore dipenderà dal tipo di prodotto, dalla durata di conservazione richiesta e dalla volontà di comunicare al cliente un impegno concreto, anche a costo di una performance leggermente inferiore. La vera innovazione sta nel trovare materiali che uniscano alta barriera e reale biodegradabilità marina.

L’errore di pensare che la plastica galleggi solo: il cimitero dei rifiuti sul fondo del mare

L’immaginario collettivo sull’inquinamento da plastica è dominato da isole di rifiuti galleggianti. La realtà è che questa è solo la punta dell’iceberg. Molti tipi di plastica, inclusi alcuni biopolimeri, hanno una densità superiore a quella dell’acqua. Una volta in mare, dopo un breve periodo in superficie, iniziano un lento viaggio verso il basso, dove si accumulano creando un vero e proprio cimitero abissale. Si stima che ogni anno finiscano in mare 8 milioni di tonnellate di plastica, l’equivalente di un camion di rifiuti scaricato ogni minuto. Una frazione significativa di questa massa finisce sui fondali.

Pescatori italiani recuperano reti abbandonate dal fondale nell'Adriatico

Questo fenomeno è particolarmente insidioso per due motivi. Primo, la degradazione sui fondali è estremamente più lenta. L’assenza di luce solare (raggi UV) e le basse temperature inibiscono quasi completamente i processi di fotodegradazione e biodegradazione. Un sacchetto in PLA che potrebbe decomporsi in pochi mesi in un composter, sul fondo del mare può persistere per anni, se non decenni, comportandosi come un rifiuto inerte. Uno studio dell’UNEP ha evidenziato che la maggior parte delle plastiche “biodegradabili” richiede temperature di 50°C per degradarsi, una condizione inesistente negli oceani.

Secondo, i rifiuti sui fondali danneggiano ecosistemi fragili come le barriere coralline, le praterie di posidonia e gli habitat di profondità, soffocando la vita bentonica e alterando la chimica dei sedimenti. L’idea che un oggetto “bio” possa affondare e scomparire è una pia illusione. Lontano dagli occhi non significa lontano dai danni. Questo rafforza la necessità di evitare la dispersione di qualsiasi tipo di plastica, indipendentemente dalla sua origine.

Perché i “perlanti” nello shampoo sono microplastiche liquide che i depuratori non fermano?

L’inquinamento da plastica non è solo una questione di sacchetti e bottiglie. Una forma più subdola e invisibile si nasconde in molti prodotti di uso quotidiano: le microplastiche liquide o primarie. Un esempio lampante sono gli agenti “perlanti” (opacizzanti) aggiunti a shampoo, bagnoschiuma e altri cosmetici per conferire al prodotto un aspetto più denso, cremoso e lussuoso. Spesso si tratta di polimeri sintetici, come l’Acrilato Copolimero (Acrylates Copolymer), che vengono scientemente aggiunti alla formula.

Il problema fondamentale di queste sostanze è che, una volta utilizzate, finiscono direttamente negli scarichi domestici. A causa delle loro dimensioni microscopiche e della loro natura chimica, i tradizionali impianti di depurazione delle acque reflue non sono in grado di filtrarle efficacemente. Sfuggono quindi al trattamento e vengono rilasciate direttamente in fiumi, laghi e mari. Una volta in ambiente acquatico, si comportano come tutte le altre microplastiche: persistono per tempi indefiniti, possono assorbire e concentrare inquinanti presenti nell’acqua (come pesticidi e metalli pesanti) e vengono ingerite dalla fauna acquatica, dal plancton ai pesci, entrando così nella catena alimentare.

L’assurdità è che la funzione di questi ingredienti è puramente estetica. Non hanno alcun beneficio per i capelli o per la pelle; servono solo a migliorare la percezione del prodotto da parte del consumatore. Scegliere prodotti che non contengono questi polimeri liquidi è un’azione semplice e diretta per ridurre il proprio contributo a questa forma di inquinamento invisibile. Leggere l’etichetta (INCI) e scartare i prodotti che contengono ingredienti con nomi come “Acrylates Copolymer”, “Polyethylene” o “Carbomer” è il primo passo.

Da ricordare

  • La dicitura “biodegradabile” o “compostabile” non garantisce la decomposizione in mare, dove le condizioni (temperatura, luce) sono inadeguate.
  • Molte bioplastiche contengono additivi e coloranti chimici che possono essere tossici e vengono rilasciati nell’ambiente durante la frammentazione.
  • L’unica certificazione affidabile per l’ambiente marino è la “OK biodegradable MARINE”, che testa la degradazione in condizioni reali di acqua salata.

Quali detersivi e cosmetici inquinano davvero meno i nostri mari (al di là dell’etichetta)?

Diventare un consumatore consapevole di fronte a uno scaffale pieno di promesse “verdi” può sembrare un’impresa. Tuttavia, armati di alcune conoscenze di base, è possibile fare scelte che riducono significativamente il proprio impatto sull’inquinamento marino, andando oltre le dichiarazioni di facciata. Il mercato italiano delle bioplastiche e dei prodotti eco-compatibili è vasto, con 278 aziende attive nel solo comparto bioplastiche, ma la vera sostenibilità risiede spesso in scelte più radicali.

Per detersivi e cosmetici, la regola d’oro è la semplicità. Meno ingredienti ci sono, meno packaging elaborato c’è, e minore è l’impatto potenziale. La prima strategia è ridurre l’acqua nel prodotto, scegliendo formati solidi o concentrati: shampoo solidi, dentifrici in pastiglie, detersivi in polvere o alla spina. Questa scelta abbatte drasticamente la necessità di imballaggi in plastica e riduce l’impatto del trasporto. Inoltre, è fondamentale controllare l’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) per scovare le microplastiche liquide come “Acrylates Copolymer” o “Polyquaternium”.

Infine, il packaging. Anche qui, la gerarchia è chiara: il materiale migliore è quello che non esiste (prodotti alla spina o “nudi”). Subito dopo vengono materiali permanenti e infinitamente riciclabili come il vetro e l’alluminio. Se la plastica è inevitabile, quella 100% riciclata (R-PET, R-PE) è da preferire a quella vergine, perché supporta un’economia circolare. Un’etichetta “bio” su un flacone di plastica vergine è spesso un controsenso che va riconosciuto e scartato.

Piano d’azione: La tua spesa a basso impatto marino

  1. Verifica le certificazioni: Per i prodotti usa e getta, cerca sigilli affidabili come Ecolabel EU. Per le plastiche, controlla la presenza della EN 13432 per il compostaggio industriale e, se applicabile, della “OK biodegradable MARINE”.
  2. Scegli formati innovativi: Privilegia prodotti solidi (shampoo, bagnoschiuma, detersivi per piatti), in polvere o concentrati. Valuta i negozi che offrono ricariche alla spina.
  3. Leggi l’INCI: Impara a riconoscere ed evitare le microplastiche liquide. Cerca nomi come Acrylates Copolymer, Carbomer, Polyethylene, Polyquaternium.
  4. Analizza il packaging: Preferisci vetro, alluminio o plastica 100% riciclata (indicata come R-PET o con simboli specifici). Sii scettico verso il packaging in bioplastica se non strettamente necessario.
  5. Privilegia la semplicità: Spesso, i prodotti con meno ingredienti, meno profumazioni e meno coloranti sono anche quelli con il minor impatto ambientale complessivo.

Mettere in pratica questi consigli richiede un piccolo sforzo iniziale, ma è l’unico modo per trasformare le proprie abitudini di acquisto, come dettagliato in questo piano d'azione.

In definitiva, la transizione verso un consumo a minor impatto marino non passa per la fiducia cieca nelle etichette, ma per lo sviluppo di un occhio critico. Comprendere i meccanismi, riconoscere i materiali e mettere in discussione il marketing è il vero potere del consumatore. Per proteggere i nostri mari, l’azione più efficace inizia molto prima di arrivare in spiaggia: comincia davanti a uno scaffale.

Scritto da Marco Castelli, Biologo marino senior e ricercatore oceanografico con 15 anni di esperienza nello studio della biodiversità del Mediterraneo. Specializzato nel monitoraggio delle specie invasive e nella conservazione degli habitat costieri italiani.