Pubblicato il Maggio 17, 2024

Contrariamente all’idea di un abisso vuoto, i fondali profondi del Mediterraneo sono un mondo brulicante di vita, un mosaico di ecosistemi complessi che stiamo appena iniziando a comprendere grazie alla tecnologia.

  • Ospitano foreste di coralli secolari e vulcani sottomarini ricchi di minerali, fondamentali per la biodiversità.
  • Sono anche il punto di accumulo finale di minacce devastanti, come la pesca a strascico e “cimiteri” di rifiuti plastici.

Raccomandazione: La protezione di questi habitat unici non può più essere rimandata e deve basarsi su una conoscenza scientifica approfondita, ottenuta tramite l’esplorazione robotica, per agire prima che sia troppo tardi.

Quando le luci del nostro robot sottomarino (ROV) squarciano per la prima volta il buio a 800 metri di profondità, l’immagine che torna ai nostri schermi cancella ogni idea preconcetta sul Mar Mediterraneo. Dimenticate le spiagge assolate e le acque costiere familiari. Qui sotto, in un silenzio quasi assoluto, si estende un mondo alieno, fatto di canyon vertiginosi, montagne imponenti e forme di vita che sembrano appartenere a un altro pianeta. Per troppo tempo abbiamo pensato a questi abissi come a un deserto freddo e vuoto, un luogo lontano e insignificante.

La realtà che i nostri strumenti ci rivelano ogni giorno è radicalmente diversa. I fondali italiani sono un tesoro di biodiversità, un archivio geologico e un regolatore climatico di cui sappiamo ancora troppo poco. Ma questa frontiera della conoscenza è anche una linea del fronte. Ogni discesa è una corsa contro il tempo: documentare e comprendere questi habitat prima che vengano danneggiati irreversibilmente da minacce spesso altrettanto invisibili. La vera sfida non è solo esplorare, ma interpretare ciò che vediamo: distinguere una foresta di coralli vivi da uno scheletro spezzato da una rete, mappare un’oasi di vita e, a poca distanza, un cimitero di plastica.

Questo articolo non è solo un catalogo di meraviglie sottomarine. È un viaggio, guidato dagli occhi dei nostri ROV, nel cuore pulsante e fragile degli abissi del nostro mare. Esploreremo i tesori che custodiscono, analizzeremo le cicatrici lasciate dall’uomo e scopriremo quali strumenti, scientifici e normativi, abbiamo a disposizione per diventare i custodi di questo mondo nascosto, prima di perderlo per sempre senza nemmeno averlo conosciuto.

Per chi preferisce un’immersione visiva, il video seguente, realizzato presso l’Acquario di Genova, offre uno sguardo ravvicinato su questi ecosistemi straordinari e sugli sforzi in atto per la loro conservazione, completando perfettamente le scoperte che andremo a svelare.

Per navigare in questa esplorazione profonda, abbiamo strutturato il nostro percorso in tappe precise. Il sommario che segue vi guiderà attraverso le scoperte, le minacce e le speranze che caratterizzano i canyon sottomarini italiani.

Perché i coralli bianchi profondi di Santa Maria di Leuca sono un tesoro unico al mondo?

Immaginate di sorvolare una catena montuosa innevata. Ma non siete in aereo, siete a 600 metri sotto la superficie del Mar Ionio, e la “neve” è in realtà un’immensa distesa di coralli bianchi. Questa è la sensazione che si prova esplorando con un ROV l’area al largo di Santa Maria di Leuca, in Puglia. Non si tratta di pochi esemplari isolati, ma di una vera e propria provincia biogeografica, un ecosistema complesso che funge da oasi di vita nell’oscurità degli abissi. Le mappature sonar hanno rivelato che i banchi di corallo bianco si estendono per una superficie sbalorditiva, una scoperta che ha riscritto le mappe della biodiversità mediterranea.

Queste strutture tridimensionali, create da specie come la *Madrepora oculata* e la *Lophelia pertusa*, sono il risultato di un processo di crescita lentissimo, che dura migliaia di anni. Ogni ramo è un capolavoro di ingegneria biogenica, che offre riparo, cibo e aree di riproduzione a centinaia di altre specie, da spugne a pesci, crostacei e squali di profondità. La loro importanza va ben oltre la bellezza estetica. Come sottolineano i ricercatori, questi habitat sono hotspot di biodiversità concentrata. Secondo uno studio approfondito, il Mediterraneo, pur occupando una frazione minima della superficie oceanica, ospita una quota sproporzionata della vita marina del pianeta.

Come spiegano i ricercatori dell’Università di Bari nel loro rapporto sulla biodiversità locale:

Il Mediterraneo, occupando soltanto lo 0,7% della superficie oceanica del mondo, ospiterebbe circa l’8% della biodiversità marina globale.

– Ricercatori dell’Università di Bari, Rapporto sulla biodiversità del corallo bianco di Leuca

Le foreste di corallo di Leuca non sono quindi solo un tesoro pugliese o italiano, ma un patrimonio di rilevanza mondiale. Studiarle significa aprire una finestra su come la vita si adatta e prospera in condizioni estreme, ma anche capire quanto sia vulnerabile un ecosistema che ha impiegato millenni per formarsi e che potrebbe essere distrutto in poche ore.

Come funzionano i robot sottomarini che mappano i fondali a 1000 metri di profondità?

L’esplorazione degli abissi è un’impresa di telepresenza. Seduti nella sala di controllo di una nave oceanografica, con il joystick tra le mani e gli occhi fissi su una parete di schermi, diventiamo un’estensione della macchina che si muove nel buio profondo. Un ROV (Remotely Operated Vehicle) non è un semplice drone, ma i nostri occhi, le nostre mani e i nostri sensori a centinaia o migliaia di metri sotto di noi. È collegato alla nave da un grosso cavo ombelicale che fornisce energia e trasmette un flusso di dati ad alta definizione in tempo reale.

Il processo di mappatura inizia molto prima dell’immersione. I dati sonar multibeam raccolti dalla nave ci forniscono una prima mappa tridimensionale del fondale, una “traccia acustica” che rivela canyon, picchi e anomalie interessanti. È su questi “hotspot” che concentriamo l’esplorazione con il ROV. Una volta in acqua, il pilota manovra il robot seguendo rotte precise, mentre le telecamere 4K registrano ogni dettaglio. Potenti fari a LED squarciano l’oscurità, rivelando colori e forme di vita che la luce del sole non ha mai toccato. La tecnologia è tale che i ROV utilizzati dalle istituzioni di ricerca italiane possono operare in sicurezza anche a grandi profondità, raggiungendo e superando quote significative.

Robot ROV italiano che esplora i fondali marini profondi del Mediterraneo con luci e telecamere

Ma l’esplorazione non è solo visiva. Il ROV è equipaggiato con bracci meccanici di precisione, capaci di prelevare campioni di roccia, sedimento o organismi con una delicatezza sorprendente. Sensori specializzati misurano in tempo reale parametri fondamentali come temperatura, salinità, pH e ossigeno, fornendoci un quadro completo delle condizioni ambientali. Ogni dato raccolto, ogni immagine catturata, è un pezzo di un puzzle complesso che ci aiuta a capire non solo cosa c’è laggiù, ma come funziona e come sta cambiando.

Impatto sui fondali: quale metodo di pesca distrugge per sempre gli habitat profondi?

Se i coralli bianchi sono i gioielli degli abissi, la pesca a strascico è il bulldozer che li frantuma. Dai nostri schermi, lo spettacolo è desolante. Accanto a una foresta di coralli vibrante di vita, il fondale appare improvvisamente piatto, spoglio, solcato da profonde cicatrici parallele. È il passaggio di una rete a strascico, un’attrezzatura pesante che ara letteralmente il fondale, distruggendo in pochi minuti ciò che la natura ha impiegato secoli o millenni a costruire. Questa pratica è la principale minaccia per gli ecosistemi profondi, una cicatrice permanente che cancella la complessa topografia creata dall’ingegneria biogenica.

L’impatto non si limita alla distruzione fisica. La rete raccoglie indiscriminatamente tutto ciò che incontra, decimando le popolazioni di pesci e invertebrati che dipendono da questi habitat. In alcune aree, il danno è così esteso da aver creato veri e propri deserti sottomarini. La situazione è aggravata dal fatto che questi ambienti sono anche recettori di rifiuti. Le correnti tendono a concentrare detriti e inquinanti proprio all’interno dei canyon. Ad esempio, uno studio del CNR ha documentato nel canyon dello Stretto di Messina densità di rifiuti che superano 1 milione di oggetti per chilometro quadrato.

Tuttavia, esistono storie di successo che dimostrano come un’azione decisa possa fare la differenza.

Studio di caso: l’istituzione della Fisheries Restricted Area di Santa Maria di Leuca

Grazie all’intenso lavoro di mappatura e documentazione dei ricercatori pugliesi, che ha dimostrato l’inestimabile valore dei banchi di corallo bianco, l’area di Leuca è stata designata come una “DEEP-SEA Fisheries Restricted Area” (FRA). All’interno di questa zona di riserva, la pesca a strascico è stata completamente vietata. Questo provvedimento, ottenuto grazie a una solida base scientifica, rappresenta un modello virtuoso di conservazione, dimostrando che la protezione legale mirata è lo strumento più efficace per preservare gli habitat profondi dalla distruzione.

Il vostro piano d’azione: Misure chiave per proteggere i fondali

  1. Estendere il divieto di pesca a strascico oltre i 600 metri di profondità in tutte le aree sensibili.
  2. Creare nuove Zone di Tutela Biologica (ZTB) mirate a proteggere gli hotspot di biodiversità identificati.
  3. Implementare un monitoraggio satellitare (VMS) obbligatorio e trasparente per tutte le flotte pescherecce.
  4. Incentivare la transizione dei pescatori verso metodi selettivi e a basso impatto, come palangari e nasse.
  5. Istituire corridoi di protezione ecologica lungo le rotte migratorie dei canyon sottomarini.

L’errore di pensare che la plastica galleggi solo: il cimitero dei rifiuti sul fondo del mare

L’immagine della tartaruga impigliata in una busta di plastica o delle isole di spazzatura galleggianti ha sensibilizzato l’opinione pubblica, ma racconta solo una parte della storia. La stragrande maggioranza della plastica che finisce in mare, infatti, non rimane in superficie. Appesantita da organismi che vi crescono sopra (biofouling) o intrappolata nelle correnti, affonda lentamente, finendo il suo viaggio negli abissi. I canyon sottomarini, con la loro forma a imbuto, agiscono come trappole naturali, trasformandosi in veri e propri cimiteri antropogenici.

Durante le nostre immersioni, troviamo di tutto: bottiglie, sacchetti, pneumatici, persino elettrodomestici e parti di automobili. Ma una parte significativa dei rifiuti ha un’origine più specifica. L’abbandono di attrezzature da pesca, come reti, lenze e nasse, è un problema drammatico. Nel Mediterraneo, si stima che circa il 20% della plastica presente in mare provenga dall’industria ittica. Le cosiddette “reti fantasma” continuano a pescare per decenni, intrappolando e uccidendo pesci, cetacei e tartarughe, mentre si sfilacciano lentamente in microplastiche che entrano nella catena alimentare.

L’accumulo di diversi tipi di detriti a varie profondità crea un mosaico di inquinamento con impatti e tempi di degradazione molto differenti, come evidenziato in questa analisi.

Tipologie di rifiuti trovati nei canyon mediterranei
Tipologia di rifiuto Profondità tipica Impatto principale Tempo di degradazione
Reti fantasma 50-600m Intrappolamento fauna 600+ anni
Plastica monouso 200-1000m Rilascio microplastiche 400-500 anni
Pneumatici 100-500m Rilascio sostanze tossiche 2000+ anni
Elettrodomestici 200-800m Metalli pesanti Variabile

Questo flusso costante di spazzatura non solo danneggia la fauna, ma altera chimicamente l’ambiente. La degradazione della plastica rilascia sostanze tossiche e microparticelle che vengono ingerite dagli organismi del fondale, contaminando l’intera rete trofica. La pulizia di questi ambienti è quasi impossibile: l’unica vera soluzione è bloccare il flusso di rifiuti alla fonte, sulla terraferma.

Problemi di estrazione: i rischi del deep sea mining per gli equilibri del Mediterraneo

Oltre a essere una discarica, il fondale marino sta diventando un obiettivo per l’estrazione di risorse. La crescente domanda globale di metalli rari per la transizione energetica (cobalto, nichel, manganese per le batterie) ha acceso l’interesse per il deep sea mining, l’estrazione mineraria sottomarina. Sebbene le operazioni su larga scala siano ancora in fase esplorativa, il Mediterraneo possiede aree geologicamente molto interessanti che potrebbero diventare target futuri, aprendo uno scenario di rischio completamente nuovo.

Una di queste aree è il Mar Tirreno meridionale, dove si trovano imponenti vulcani sottomarini come il Marsili, il più grande d’Europa. Queste strutture sono ricche di depositi polimetallici e croste di ferromanganese, formatesi attraverso processi idrotermali durati millenni. L’idea di estrarre questi minerali è allettante dal punto di vista industriale, ma potenzialmente catastrofica per l’ambiente. Come avverte l’ISPRA, l’interesse per queste risorse è concreto e non privo di rischi.

Vista sottomarina del vulcano Marsili nel Mar Tirreno con depositi minerali

Le tecniche di estrazione prevederebbero l’impiego di enormi macchine robotizzate che raschierebbero o frantumerebbero il fondale, sollevando immense nubi di sedimento. Queste nubi potrebbero soffocare gli organismi circostanti per chilometri, rilasciare metalli pesanti tossici nell’acqua e distruggere habitat unici che ospitano specie ancora sconosciute alla scienza. Come sottolinea l’ISPRA nel suo rapporto sui rischi geologici del Mediterraneo:

Il Marsili e altri vulcani sottomarini del Tirreno meridionale potrebbero diventare target futuri per l’estrazione di croste di ferromanganese.

– ISPRA, Rapporto sui rischi geologici del Mediterraneo

Data la nostra conoscenza ancora limitata di questi ecosistemi, autorizzare il deep sea mining sarebbe come decidere di smantellare una cattedrale per recuperarne le pietre, senza averne mai visto l’interno. Molti scienziati e organizzazioni chiedono una moratoria globale su questa pratica, almeno finché non saremo in grado di valutarne pienamente le conseguenze.

Problemi di ripopolamento: le foreste di corallo profondo potranno salvare la specie?

Di fronte a un habitat corallino distrutto, la domanda sorge spontanea: si può riparare? La risposta è estremamente complessa. La principale difficoltà risiede nella scala temporale della natura. I coralli profondi del Mediterraneo hanno una crescita incredibilmente lenta; secondo le stime, si parla di pochi millimetri all’anno. Ciò significa che una foresta di coralli distrutta in poche ore da una rete a strascico impiegherebbe secoli, se non millenni, per tornare al suo stato originale, ammesso che le condizioni lo permettano.

Nonostante la sfida immensa, la comunità scientifica non si arrende e sta sperimentando strategie di restauro attivo all’avanguardia. Questi progetti non mirano a ricostruire intere foreste, un’impresa oggi impossibile, ma a creare dei “nuclei di ripopolamento” in aree strategiche per aiutare la natura a fare il suo corso. Si tratta di un campo di ricerca pionieristico, in cui l’Italia è in prima linea.

Studio di caso: il progetto di restauro con ecoreef stampati in 3D

Per la prima volta in Europa, una spedizione del CNR a bordo della nave Gaia Blu ha messo in campo una strategia di ripristino attivo in habitat profondi. I ricercatori hanno posizionato delle strutture artificiali chiamate “ecoreef”, realizzate in materiale ecocompatibile e stampate in 3D con forme che imitano quelle dei coralli naturali. L’obiettivo è offrire un substrato ideale su cui le larve di corallo, trasportate dalle correnti, possano attecchire e iniziare a crescere, accelerando la ricolonizzazione di aree danneggiate. Questo progetto rappresenta una speranza concreta per il futuro del ripopolamento.

Questi interventi sono accompagnati da un monitoraggio intensivo. Telecamere autonome e sensori vengono posizionati sul fondale per controllare la crescita dei nuovi coralli e studiare la connettività genetica tra le diverse popolazioni del Mediterraneo. Capire se le colonie di Leuca, della Liguria e della Sicilia sono geneticamente connesse è fondamentale per prevedere la loro capacità di riprendersi e per pianificare futuri interventi di restauro su larga scala. È una scommessa sul futuro, basata sulla migliore scienza disponibile.

Robot filoguidati o autonomi: quale strumento mappa meglio la Posidonia a costi bassi?

La scelta dello strumento giusto è cruciale in ogni spedizione oceanografica e dipende dall’obiettivo specifico. Per la mappatura degli habitat, come le preziose praterie di Posidonia oceanica, che sebbene più costiere possono trovarsi a profondità significative, i ricercatori hanno a disposizione una flotta di robot con caratteristiche molto diverse. I due principali tipi sono i ROV (Remotely Operated Vehicle) e gli AUV (Autonomous Underwater Vehicle).

Il ROV, come abbiamo visto, è filoguidato e permette un’interazione in tempo reale. È perfetto per l’ispezione dettagliata e il campionamento in un’area ristretta. La sua precisione è massima, ma il suo raggio d’azione è limitato dalla lunghezza del cavo e richiede una nave di supporto costantemente in posizione, con costi operativi elevati. L’AUV, invece, è un veicolo autonomo pre-programmato che segue una rotta definita, raccogliendo dati sonar e immagini su aree molto vaste senza bisogno di un controllo costante. È ideale per le mappature su larga scala, ma non può prelevare campioni fisici. A questi si aggiungono i Sea Glider, droni a basso consumo che possono pattugliare l’oceano per settimane, raccogliendo dati fisici su aree immense a costi molto contenuti.

La scelta dipende quindi da un compromesso tra costo, area da coprire e dettaglio richiesto. Questa tabella riassume le principali differenze operative tra le diverse tecnologie.

Confronto tra ROV e AUV per la mappatura dei fondali profondi
Caratteristica ROV (Filoguidati) AUV (Autonomi) Sea Glider
Profondità operativa Fino a 6000m Fino a 4000m Fino a 1000m
Autonomia Illimitata (via cavo) 6-24 ore Settimane
Costo operativo Alto Medio Basso
Precisione mappatura Altissima Alta Media
Capacità campionamento Sì (braccia meccaniche) Limitata No

Come spiegano gli esperti, la soluzione migliore non è quasi mai un singolo strumento, ma una strategia integrata. L’ISPRA, ad esempio, evidenzia come la prassi più efficiente sia spesso quella di utilizzare prima un AUV per una mappatura ad ampio raggio, identificando così le aree di maggiore interesse ecologico (gli “hotspot”). Successivamente, un ROV viene inviato in modo mirato su quegli specifici punti per un’analisi dettagliata e per il campionamento. Questa “strategia combinata” ottimizza tempi e costi, massimizzando la qualità dei dati raccolti.

Da ricordare

  • I fondali profondi del Mediterraneo non sono deserti, ma ospitano hotspot di biodiversità complessi e fragili come le foreste di corallo bianco.
  • Le principali minacce sono di origine umana: la pesca a strascico distrugge fisicamente gli habitat, mentre l’inquinamento da plastica crea veri e propri “cimiteri” di rifiuti.
  • La tecnologia robotica (ROV, AUV) è il nostro strumento chiave per esplorare, comprendere e monitorare questi ambienti, ma nuove minacce come il deep sea mining potrebbero sfruttare la stessa tecnologia per distruggerli.

Dove trovare e come proteggere le formazioni rocciose biogeniche dell’Adriatico?

L’immaginario degli abissi è spesso legato a canyon profondi migliaia di metri, ma il Mediterraneo nasconde tesori anche in acque relativamente più basse. È il caso del Mar Adriatico, un bacino in gran parte poco profondo, dove più di un terzo dei fondali non supera i 50-60 metri. Qui, al posto dei coralli bianchi, prosperano altre forme di ingegneria biogenica: le cosiddette “Trezze” o “Tegnùe” in dialetto veneto. Si tratta di formazioni rocciose uniche, costruite nel corso dei secoli dall’accumulo di gusci e scheletri di alghe coralline, molluschi e altri organismi marini.

Queste scogliere biogeniche, che si ergono da un fondale altrimenti sabbioso e monotono, funzionano come delle vere e proprie oasi, attirando una straordinaria concentrazione di vita. Sono aree di riproduzione e rifugio per pesci di pregio come cernie e corvine, e habitat ideali per spugne, anemoni e aragoste. Per i pescatori locali, sono da sempre punti di riferimento preziosi, ma sono anche estremamente vulnerabili alla pesca a strascico, che può letteralmente raderle al suolo, e alle prospezioni sismiche per la ricerca di gas.

La loro protezione richiede un approccio multifattoriale, che combini la ricerca scientifica con il coinvolgimento delle comunità locali. Ecco alcune delle strategie chiave proposte per la salvaguardia di queste formazioni uniche dell’Adriatico:

  • Mappare con precisione la localizzazione delle Trezze usando sonar multifascio ad alta risoluzione.
  • Creare Zone di Tutela Biologica (ZTB) specifiche e ben delimitate per proteggere ogni singola formazione.
  • Coinvolgere attivamente i pescatori artigianali nella loro gestione e protezione, anche attraverso incentivi economici.
  • Limitare o vietare le prospezioni sismiche e le attività estrattive nelle aree di maggior valore ecologico.
  • Sviluppare programmi di citizen science in collaborazione con i centri di immersione locali per il monitoraggio continuo.

Proteggere le Trezze non significa solo conservare la biodiversità, ma anche salvaguardare un’importante risorsa economica e culturale per le comunità costiere dell’Adriatico. La loro tutela è un esempio perfetto di come la conoscenza approfondita di un ecosistema sia il primo, indispensabile passo per la sua sopravvivenza.

La nostra esplorazione degli abissi ci ha mostrato un mondo di meraviglie e contraddizioni. Ora che abbiamo visto cosa si nasconde nel profondo, l’inerzia non è più un’opzione. La protezione di questo patrimonio invisibile dipende dalle scelte che facciamo oggi, sulla terraferma come in mare. Sostenere la ricerca, promuovere aree marine protette efficaci e adottare modelli di consumo e pesca più sostenibili sono i passi concreti per diventare custodi, e non distruttori, del nostro mare profondo.

Domande frequenti sull’esplorazione dei fondali profondi

Quanto tempo occorre per ripristinare una foresta di coralli distrutta?

Data la crescita di pochi millimetri all’anno, un habitat distrutto in un’ora da una rete a strascico richiederebbe secoli o millenni per riformarsi naturalmente. Gli interventi di restauro attivo possono solo accelerare l’inizio del processo in aree limitate.

Le popolazioni di coralli italiani sono geneticamente connesse?

È una delle domande chiave della ricerca attuale. Studi sul DNA condotti da istituti italiani stanno mappando la connettività genetica tra le popolazioni di Leuca, della Liguria e della Sicilia per capire se possono ricolonizzarsi a vicenda in modo naturale e per pianificare interventi di restauro efficaci.

Quali tecnologie vengono utilizzate per il monitoraggio del ripopolamento?

Per monitorare la crescita dei coralli sulle nuove strutture artificiali, sono state posizionate le prime telecamere autonome del Mediterraneo in ambienti profondi. A queste si affiancano sensori specializzati che misurano i parametri chimico-fisici dell’acqua in continuo, fornendo dati cruciali per valutare il successo del ripristino.

Scritto da Marco Castelli, Biologo marino senior e ricercatore oceanografico con 15 anni di esperienza nello studio della biodiversità del Mediterraneo. Specializzato nel monitoraggio delle specie invasive e nella conservazione degli habitat costieri italiani.