Pubblicato il Marzo 15, 2024

Il monitoraggio remoto trasforma un allevamento da un’operazione reattiva a un ecosistema predittivo, dove i dati prevengono le crisi invece di registrarle.

  • Il controllo costante di parametri vitali come l’ossigeno disciolto non è un lusso, ma una necessità che può azzerare i rischi di mortalità di massa.
  • Le tecnologie attuali, dai sensori acustici ai robot sottomarini, permettono un controllo totale non solo sulla produzione, ma anche sull’impatto ambientale circostante.

Raccomandazione: Investire in un sistema integrato di sensori non è una spesa tecnologica, ma la costruzione di un “sistema nervoso digitale” per la resilienza e la redditività a lungo termine dell’impianto.

Immaginate di poter prevedere una crisi di anossia nel vostro allevamento di orate con ore di anticipo, direttamente dal vostro ufficio. O di sapere esattamente dove si trova un branco di delfini per evitare collisioni, senza dover inviare una squadra in mare. Per un acquacoltore o un gestore di aree marine, l’incapacità di “vedere” cosa accade sotto la superficie dell’acqua non è solo una limitazione, è un rischio operativo ed economico costante. L’approccio tradizionale, basato su campionamenti manuali e ispezioni periodiche, è intrinsecamente reattivo: si interviene quando il danno è già in corso.

Molti pensano che la soluzione sia semplicemente installare qualche sensore. Tuttavia, il vero salto di qualità non risiede nel singolo strumento, ma nella creazione di un vero e proprio sistema nervoso digitale sottomarino. E se la chiave non fosse solo raccogliere dati, ma trasformarli in intelligenza predittiva? Questo non significa solo ricevere allerte sul cellulare, ma disporre di un sistema che anticipa i problemi, automatizza le contromisure e fornisce una visione d’insieme che va dalla salute del singolo pesce all’impatto dell’intero impianto sull’ecosistema.

Questo articolo esplora proprio questo cambio di paradigma. Analizzeremo come le moderne tecnologie di monitoraggio continuo, dai sensori di ossigeno ai robot filoguidati, non siano semplici gadget, ma componenti essenziali di una strategia operativa avanzata. Vedremo perché il monitoraggio costante è un investimento che si ripaga prevenendo le catastrofi, come le diverse tecnologie si integrano per creare un quadro completo e quali errori banali, come la mancata pulizia dei sensori, possono vanificare l’intero sforzo. Preparatevi a scoprire come governare il vostro mondo sommerso con una precisione mai vista prima.

Per navigare attraverso le complesse ma fondamentali tecnologie di monitoraggio sottomarino, abbiamo strutturato questa guida in sezioni specifiche. Ogni sezione affronta una domanda cruciale, fornendo risposte tecniche e operative per professionisti del settore.

Perché monitorare l’ossigeno disciolto ogni 10 minuti salva l’intero raccolto di orate?

La concentrazione di ossigeno disciolto (DO) è il parametro più critico e volatile in un allevamento ittico. Variazioni improvvise, causate da fioriture algali notturne, aumenti di temperatura o malfunzionamenti dei sistemi di aerazione, possono portare a condizioni di ipossia o anossia in poche ore, causando mortalità di massa. Affidarsi a misurazioni manuali sporadiche è come guidare di notte accendendo i fari solo ogni tanto. Studi di settore dimostrano che il monitoraggio continuo della qualità dell’acqua può ridurre il tasso di mortalità dei pesci fino al 40%. Questo non è un miglioramento marginale, è la differenza tra un ciclo produttivo profittevole e un disastro economico.

Un sistema di monitoraggio ad alta frequenza (con rilevamenti ogni 10 minuti) agisce come un guardiano instancabile. I sensori ottici di ossigeno, posizionati in punti strategici delle vasche o delle gabbie, forniscono un flusso di dati costante. Questi dati, analizzati in tempo reale, permettono di identificare trend negativi ben prima che i livelli di DO raggiungano la soglia critica operativa (ad esempio, sotto i 5 mg/L per le orate). Il sistema può quindi attivare automaticamente aeratori o sistemi di ossigenazione, stabilizzando l’ambiente senza bisogno di intervento umano immediato e prevenendo lo stress animale che, anche se non letale, compromette i tassi di crescita e la conversione alimentare.

Studio di caso: NextFish Center – Il primo impianto RAS 4.0 italiano

In Veneto, il NextFish Center è un esempio pionieristico di acquacoltura a ricircolo (RAS) totalmente automatizzata. Ogni parametro chiave, inclusi ossigeno disciolto, temperatura, pH e salinità, è costantemente tracciato da sensori ottici e sonar. Questi strumenti alimentano un gestionale centralizzato che non solo monitora, ma regola in automatico il razionamento dei mangimi in base alle condizioni ambientali, ottimizzando la crescita e il benessere animale. Il sistema garantisce il riutilizzo del 98% dell’acqua, dimostrando come l’automazione avanzata sia sinonimo di sostenibilità e controllo.

L’implementazione di un tale sistema trasforma la gestione da reattiva a predittiva. L’analisi dei dati storici, inoltre, permette di scoprire pattern ricorrenti legati a stagionalità, cicli di alimentazione o condizioni meteo, affinando ulteriormente la capacità di anticipare e neutralizzare i rischi. In sostanza, si costruisce un’intelligenza predittiva specifica per il proprio impianto.

Piano d’azione: implementare il monitoraggio dell’ossigeno in 5 passi

  1. Installazione strategica: Posizionare sensori ottici di ossigeno disciolto ogni 10 metri lungo le vasche o le gabbie per una copertura omogenea.
  2. Configurazione della frequenza: Impostare il sistema di acquisizione dati per effettuare rilevamenti ogni 10 minuti, garantendo una reattività quasi istantanea.
  3. Definizione delle soglie: Stabilire soglie di allarme personalizzate per la specie allevata (es. 5 mg/L per le orate) che attivino notifiche e contromisure.
  4. Integrazione e automazione: Collegare il sistema di monitoraggio agli aeratori o ai sistemi di ossigenazione per un’attivazione automatica al di sotto delle soglie impostate.
  5. Analisi predittiva: Raccogliere e analizzare i dati storici per identificare pattern di rischio e ottimizzare i cicli di alimentazione e ossigenazione futuri.

Come ascoltare i rumori sottomarini per proteggere i cetacei dalle navi di passaggio?

L’inquinamento acustico sottomarino, generato principalmente dal traffico navale, è una minaccia invisibile ma grave per i mammiferi marini. Cetacei come delfini e balene, che usano il suono per comunicare, navigare e cacciare, sono particolarmente vulnerabili. Il rumore delle navi può mascherare i loro segnali, causare stress cronico, disorientamento e, nei casi peggiori, portare a collisioni letali. La protezione di queste specie, soprattutto in aree ad alta densità di traffico come il Mediterraneo, richiede strumenti capaci di “ascoltare” l’oceano in tempo reale.

La soluzione tecnologica risiede negli idrofoni, microfoni sottomarini progettati per captare un’ampia gamma di frequenze acustiche. Reti di idrofoni fissi, disposte sul fondale in corridoi ecologici noti o aree marine protette, possono creare una vera e propria “barriera acustica” di sorveglianza. Questi sensori ascoltano continuamente l’ambiente, distinguendo i suoni biologici (i “click” e i “fischi” dei cetacei) dal rumore antropico (i motori delle navi). Quando un sistema come quello sviluppato da WSense rileva la presenza di cetacei, può trasmettere un’allerta quasi istantanea alle autorità portuali e alle navi in transito, che possono così ridurre la velocità o modificare la rotta per evitare impatti. Nel Golfo di Follonica, ad esempio, un sistema simile installato da ISPRA trasmette in tempo reale oltre 1.500 dati al giorno, creando una mole di informazioni senza precedenti per la gestione ambientale.

Sistema di idrofoni sottomarini per il monitoraggio acustico dei cetacei nel Mediterraneo

Questa tecnologia non serve solo alla protezione della fauna. In acquacoltura, gli idrofoni possono monitorare il “suono” della salute dei pesci (un banco stressato o malato emette frequenze diverse) o rilevare anomalie strutturali nelle gabbie attraverso le loro vibrazioni. L’analisi acustica sta emergendo come un potente strumento diagnostico non invasivo.

Per un gestore di aree marine o un’autorità portuale, la scelta della tecnologia di monitoraggio acustico dipende da obiettivi e budget. Il seguente quadro offre una comparazione delle principali opzioni disponibili, basata su un’analisi delle soluzioni tecnologiche attuali.

Confronto tecnologie di monitoraggio acustico sottomarino
Tecnologia Copertura Frequenza rilevamento Costo installazione Applicazione principale
Idrofoni fissi WSense 1.600 ettari Real-time continuo Medio-alto Monitoraggio cetacei e acquacoltura
Boe acustiche passive 500-1000 m raggio Ogni 30 min Medio Rilevamento passaggio cetacei
Sonar attivi 200-500 m Su richiesta Alto Mappatura fondale e biomassa
DAS su cavi sottomarini Centinaia di km Continuo Basso (usa infrastrutture esistenti) Monitoraggio sismico e intrusioni

Robot filoguidati o autonomi: quale strumento mappa meglio la Posidonia a costi bassi?

La mappatura e il monitoraggio delle praterie di Posidonia oceanica, “polmone” del Mediterraneo e habitat cruciale per innumerevoli specie, sono attività essenziali per la tutela della biodiversità marina. Tradizionalmente, queste operazioni richiedevano l’impiego di sommozzatori, con costi elevati, limiti di profondità e di tempo, e una raccolta dati spesso soggettiva. Oggi, la robotica sottomarina offre alternative più efficienti, sicure ed economiche: i ROUV (Remotely Operated Underwater Vehicle) e gli AUV (Autonomous Underwater Vehicle).

I ROUV, o robot filoguidati, sono veicoli sottomarini pilotati in tempo reale da un operatore in superficie tramite un cavo ombelicale che fornisce energia e trasmette dati. Sono strumenti ideali per ispezioni mirate e dettagliate. Un operatore può soffermarsi su un’area di interesse, raccogliere campioni con bracci meccanici o effettuare riprese video ad altissima risoluzione. Per la mappatura della Posidonia, un ROUV equipaggiato con sonar e telecamere può seguire con precisione i confini della prateria, valutarne la densità e identificare zone di degrado (ad esempio, a causa di ancoraggi illegali) con un livello di dettaglio impossibile per un sommozzatore. Come evidenziato nel settore dell’acquacoltura italiana, i ROUV stanno già sostituendo il lavoro umano per ispezioni e conteggi, eliminando i rischi e aumentando l’efficienza.

Gli AUV, invece, sono robot autonomi che operano senza cavo, seguendo una rotta di ispezione pre-programmata. Sono perfetti per mappare ampie aree di fondale in modo sistematico. Un AUV può scandagliare chilometri quadrati di fondale in una singola missione, raccogliendo dati georeferenziati con sonar a scansione laterale (side-scan sonar) e telecamere. Sebbene offrano meno flessibilità per ispezioni “al volo”, la loro autonomia li rende imbattibili per campagne di mappatura su larga scala a costi operativi ridotti. I modelli più recenti integrano l’intelligenza artificiale per la navigazione autonoma e l’identificazione automatica degli habitat, rendendo l’elaborazione dei dati ancora più rapida.

Le soluzioni di gemelli digitali combinano osservazioni in tempo reale con modelli predittivi avanzati, offrendo una comprensione più approfondita delle dinamiche di allevamento ittico. Queste tecnologie non solo migliorano la gestione quotidiana, ma pongono le basi per l’automazione futura delle operazioni acquacoliche.

– Martin Føre, Studio sul gemello digitale in acquacoltura

La scelta tra ROUV e AUV dipende quindi dall’obiettivo: per ispezioni dettagliate e interventi in un’area circoscritta, il ROUV è superiore; per la mappatura sistematica di vaste aree a basso costo per chilometro quadrato, l’AUV è la scelta vincente. In molti casi, l’approccio migliore è combinato: un AUV per la mappatura preliminare e un ROUV per investigare in dettaglio le anomalie rilevate.

L’errore di lasciare i sensori senza pulizia che falsa tutti i dati dopo 3 giorni

Investire in un sofisticato sistema di monitoraggio sottomarino e poi trascurarne la manutenzione è come acquistare un’auto sportiva e non cambiare mai l’olio. Il nemico numero uno di qualsiasi strumento immerso in mare è il biofouling: l’accumulo di microrganismi, alghe e piccoli invertebrati sulla superficie dei sensori. Questo strato biologico, che può formarsi in appena 72 ore in acque ricche di nutrienti, agisce come una barriera fisica che isola il sensore dall’ambiente circostante, falsando completamente le misurazioni. Un sensore di ossigeno coperto di biofouling non misurerà più l’ossigeno dell’acqua, ma quello consumato o prodotto dal micro-ambiente che gli è cresciuto addosso.

L’errore più comune è pensare che i sensori siano dispositivi “installa e dimentica”. Senza un protocollo di pulizia rigoroso, i dati raccolti diventano rapidamente inutili, se non addirittura pericolosi, perché possono portare a decisioni basate su informazioni errate. Un sistema che segnala livelli di ossigeno falsamente alti potrebbe mascherare una crisi imminente, con conseguenze disastrose. La stessa cosa vale per i sensori di pH, torbidità o salinità. La calibrazione periodica è altrettanto fondamentale. Contrariamente a quanto si possa pensare, alcuni sensori ottici avanzati non richiedono calibrazioni frequenti, ma secondo i produttori, per strumenti come quelli di ProMinent, la calibrazione è richiesta solo dopo la sostituzione della cappa a membrana, un’operazione di manutenzione programmata.

La soluzione risiede in una combinazione di tecnologie preventive e manutenzione programmata. Molti sistemi moderni includono wiper automatici (spazzole meccaniche) che puliscono la testa del sensore a intervalli regolari. Altre strategie includono l’uso di rivestimenti antifouling speciali, spesso ispirati a meccanismi naturali (biomimetici), che rallentano l’attecchimento degli organismi. Tuttavia, nessuna tecnologia è infallibile. Un protocollo di manutenzione efficace deve includere:

  • Ispezione visiva regolare (anche tramite ROUV) per rilevare accumuli.
  • Cicli di pulizia automatica (se disponibili) o manuale.
  • Applicazione periodica di rivestimenti protettivi.
  • Sostituzione programmata delle parti consumabili, come le membrane o le cappe dei sensori.
  • Validazione incrociata dei dati con misurazioni manuali di riferimento per verificare l’accuratezza nel tempo.

Ignorare la manutenzione non è un modo per risparmiare tempo o denaro; è il modo più sicuro per sprecare l’intero investimento tecnologico e compromettere la sicurezza dell’operazione.

Problemi di connessione: come far “parlare” un sensore dal fondo del mare al satellite?

Avere il sensore più preciso del mondo sul fondo del mare è inutile se i suoi dati non possono raggiungere l’operatore in tempo utile. La comunicazione sottomarina è una delle sfide tecnologiche più complesse: le onde radio, che usiamo quotidianamente per Wi-Fi e cellulari, non si propagano in acqua. Far “parlare” un sensore sommerso con un server nel cloud richiede una catena di comunicazione articolata, che combina diverse tecnologie per superare la barriera dell’acqua.

La soluzione più comune ed efficace per il monitoraggio stazionario (come in un impianto di acquacoltura) si basa su un’architettura a tre livelli. 1. Dal sensore alla centralina sottomarina: I sensori posizionati nelle gabbie o sul fondale sono spesso collegati via cavo a una centralina (o “node”) sottomarina. Questo garantisce un’alimentazione stabile e una trasmissione dati affidabile sul breve raggio. 2. Dalla centralina alla superficie: Questo è il passaggio più critico. La tecnologia più utilizzata per trasmettere dati attraverso la colonna d’acqua è la comunicazione acustica. La centralina sottomarina converte i dati digitali in segnali sonori, che vengono inviati verso la superficie. Questi modem acustici sono in grado di coprire distanze di diversi chilometri. In alternativa, per distanze più brevi o acque più limpide, si possono usare sistemi ottici (simili al Li-Fi). 3. Dalla superficie al cloud: In superficie, una boa di comunicazione riceve i segnali acustici tramite un idrofono e li riconverte in dati digitali. Questa boa è dotata di un modem cellulare (4G/5G) o satellitare, che invia i dati al server cloud. Le boe sono tipicamente alimentate da pannelli solari e batterie, garantendo un funzionamento autonomo per mesi o anni.

Boa di trasmissione dati con pannelli solari per comunicazione sottomarina

Un esempio concreto di questa architettura è il sistema IoT ReNile, che offre una soluzione completa per l’acquacoltura intelligente. I suoi sensori misurano parametri vitali e li trasmettono in tempo reale al cloud. La piattaforma non si limita a mostrare i dati, ma li elabora per prevedere le esigenze della produzione, inviare notifiche con istruzioni operative e persino controllare automaticamente le attrezzature (come aeratori e mangiatoie) per ottimizzare i consumi e ridurre l’impatto ambientale.

Questa catena tecnologica, dal sensore al satellite, è ciò che rende possibile la gestione remota h24. Permette a un acquacoltore in ufficio di avere lo stesso livello di controllo, se non superiore, di un operatore presente fisicamente sul posto, trasformando i dati grezzi raccolti sul fondo del mare in decisioni strategiche immediate.

Allevamento di molluschi o gabbie in mare: quale investimento ha il minor impatto ambientale?

L’acquacoltura è un settore in crescita esponenziale, essenziale per soddisfare la domanda globale di prodotti ittici. Secondo le stime, il mercato dell’acquacoltura è passato da 30,1 a 42,6 miliardi di dollari solo tra il 2018 e il 2023. Tuttavia, non tutti i metodi di allevamento sono uguali in termini di impatto ambientale. Due dei modelli più diffusi in ambiente marino, la molluschicoltura (cozze, ostriche) e l’allevamento in gabbie offshore (orate, spigole), presentano profili di sostenibilità radicalmente diversi, che i moderni sistemi di monitoraggio aiutano a quantificare.

La molluschicoltura è spesso definita “acquacoltura estrattiva” a impatto positivo. I molluschi sono organismi filtratori: per nutrirsi, sottraggono fitoplancton e materia organica sospesa dall’acqua. Non richiedono mangimi esterni, che rappresentano una delle principali fonti di impatto (e di costo) nell’allevamento di pesci. Anzi, fornendo questo servizio di filtrazione, la molluschicoltura migliora la qualità dell’acqua, rimuovendo azoto e fosforo in eccesso e aumentando la trasparenza. L’impatto sul fondale è minimo, poiché gli allevamenti avvengono su filari sospesi (long-lines). È un modello di business che genera un prodotto commerciale fornendo al contempo servizi ecosistemici gratuiti.

L’allevamento in gabbie offshore, d’altra parte, è un sistema “additivo”. Si basa sull’apporto intensivo di mangimi esterni per sostenere la crescita dei pesci. Una parte di questo mangime non viene consumata, e insieme alle deiezioni dei pesci si accumula sul fondale sotto le gabbie, potendo creare zone anossiche e alterare le comunità bentoniche. Sebbene le moderne pratiche di gestione (mangimi a basso impatto, rotazione dei siti, monitoraggio del fondale) possano mitigare questi effetti, l’impatto netto rimane negativo o, nel migliore dei casi, neutro. L’investimento iniziale è inoltre significativamente più alto, richiedendo strutture robuste capaci di resistere alle condizioni del mare aperto.

Il confronto tra i due sistemi, basato su dati consolidati nel settore e come riassunto in approfondite analisi comparative, evidenzia differenze nette su parametri chiave.

Impatto ambientale: Molluschicoltura vs Gabbie in mare
Parametro Molluschicoltura Gabbie offshore
Impatto sul fondale Minimo (filari sospesi) Medio-alto (accumulo deiezioni)
Uso mangimi esterni Nessuno (filtrazione naturale) Intensivo (50% costi totali)
Servizi ecosistemici Positivi (filtrazione acqua, rimozione N e P) Neutri/negativi
Investimento iniziale Basso-medio Alto (strutture resistenti)
Certificazioni ambientali Facili da ottenere Richiedono monitoraggio intensivo

In conclusione, se l’obiettivo è un investimento a basso impatto ambientale, la molluschicoltura rappresenta un modello intrinsecamente più sostenibile. L’allevamento in gabbie, sebbene fondamentale per la produzione di molte specie ittiche, richiede un investimento tecnologico e gestionale molto più oneroso per mantenere il suo impatto entro limiti accettabili.

Perché installare sensori acustici fissi costa meno che scavare strade a caso?

L’analogia può sembrare bizzarra, ma è incredibilmente calzante. Immaginate di dover trovare una perdita in una rete idrica sotterranea. Potreste scavare a caso lungo tutto il percorso, con costi enormi e interruzioni del servizio, oppure usare un sensore acustico per localizzare il “sibilo” della perdita e scavare solo dove serve. Nel mondo sottomarino, il principio è lo stesso. Monitorare infrastrutture critiche come gasdotti, oleodotti o cavi per le telecomunicazioni con ispezioni periodiche (l’equivalente di “scavare a caso”) è costoso, inefficiente e spesso troppo tardivo. L’installazione di una rete di sensori acustici fissi, invece, permette un monitoraggio preventivo e continuo che abbatte i costi e i rischi.

Una rete di idrofoni posizionata lungo una condotta può “ascoltare” h24 le sue condizioni operative. Ogni anomalia genera un suono caratteristico: una piccola fuga in un gasdotto produce un sibilo ad alta frequenza, l’impatto di un’ancora crea un tonfo secco, e l’avvicinamento di un veicolo non autorizzato genera un rumore di motori. Algoritmi di intelligenza artificiale analizzano in tempo reale questa “impronta sonora”, identificando e localizzando le minacce con precisione. Questo approccio preventivo offre vantaggi economici schiaccianti:

  • Riduzione dei costi di emergenza: Identificare una micro-fuga prima che diventi una rottura catastrofica può ridurre i costi di intervento fino al 70% e prevenire disastri ambientali.
  • Prevenzione di interruzioni di servizio: Il monitoraggio dei cavi di telecomunicazione previene danni da ancoraggi o attività di pesca, garantendo la continuità di un servizio essenziale.
  • Ottimizzazione della manutenzione: Invece di costose ispezioni subacquee periodiche, si interviene solo quando e dove i sensori segnalano un’anomalia.
  • Sfruttamento di infrastrutture esistenti: Tecnologie come il DAS (Distributed Acoustic Sensing) possono trasformare i cavi in fibra ottica già posati sul fondale in migliaia di sensori acustici virtuali, con un costo di installazione quasi nullo.

L’uso delle tecnologie WSense pone l’ISPRA all’avanguardia a livello mondiale nel monitoraggio dei parametri di qualità delle acque in prossimità degli impianti di acquacoltura, un settore destinato a crescere significativamente per rispondere alla crescente domanda alimentare globale.

– WSense, Comunicato sul sistema di Follonica

Investire in un sistema di monitoraggio acustico fisso non è una spesa, ma un’assicurazione. È l’equivalente di avere un team di sorveglianza che non dorme mai e che può sentire problemi grandi come un’utilitaria a chilometri di distanza. Il costo iniziale dell’installazione viene rapidamente ammortizzato dai disastri evitati e dall’ottimizzazione delle operazioni di manutenzione. È, a tutti gli effetti, la scelta economicamente più razionale.

Punti chiave da ricordare

  • Il monitoraggio remoto non è solo raccolta dati, ma la creazione di un “sistema nervoso digitale” che abilita decisioni predittive.
  • La manutenzione dei sensori (pulizia dal biofouling) è un’attività non negoziabile per garantire l’affidabilità dei dati e il ritorno sull’investimento.
  • Ogni tecnologia (sensori chimici, acustici, robotici) risponde a un’esigenza specifica; la vera potenza risiede nella loro integrazione in un sistema olistico.

Quali pesci tropicali stanno colonizzando i nostri mari e cosa ci dicono sul clima?

L’aumento della temperatura del Mar Mediterraneo sta avendo un effetto visibile e preoccupante: la “tropicalizzazione”. Specie ittiche provenienti dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez (le cosiddette specie “lessepsiane”) o dall’Atlantico tropicale trovano oggi nel nostro mare un ambiente abbastanza caldo per sopravvivere e riprodursi. Pesci come il pesce flauto (Fistularia commersonii), il pesce coniglio (Siganus luridus) o il famigerato pesce palla maculato (Lagocephalus sceleratus), un tempo avvistamenti esotici, sono oggi presenze stabili in molte aree, soprattutto nel Mediterraneo meridionale e orientale.

Questi “nuovi arrivati” sono potenti indicatori biologici del cambiamento climatico. La loro presenza e la loro espansione verso nord forniscono una prova tangibile e in tempo reale del riscaldamento delle acque, spesso più eloquente di un dato termometrico. Il monitoraggio della loro distribuzione, abbondanza e impatto sugli ecosistemi nativi è diventato una priorità per biologi marini e gestori di aree protette. Reti di monitoraggio che combinano osservazioni visuali (tramite ROUV/AUV) e analisi del DNA ambientale (eDNA) permettono di tracciare questa colonizzazione con una precisione senza precedenti.

Per l’acquacoltura, che secondo le stime del 2010 contribuiva già per circa il 50% del pesce consumato a livello globale, questo fenomeno rappresenta sia una minaccia che un’opportunità. La minaccia è rappresentata dalla competizione delle nuove specie con quelle autoctone e dalla possibile introduzione di nuove patologie. L’opportunità, ancora da esplorare, potrebbe risiedere nella diversificazione, valutando l’allevamento di nuove specie termofile (adatte alle acque calde) che potrebbero avere un buon potenziale di mercato. In ogni caso, il monitoraggio ambientale diventa cruciale per adattare le strategie di allevamento a un ecosistema in rapida trasformazione.

Studio di caso: Il progetto GAIN e l’acquacoltura di precisione in Italia

Il progetto europeo GAIN, coordinato dall’Università Ca’ Foscari, dimostra come il monitoraggio di precisione sia la chiave per la resilienza. In un allevamento trentino, sensori che misurano ogni ora temperatura, ossigeno, pH e ammonio alimentano modelli predittivi. Questo sistema ha permesso di ottimizzare la somministrazione del cibo e l’ossigenazione, ottenendo una riduzione del 10% dei costi operativi. Questo approccio, particolarmente adatto alle piccole e medie imprese familiari italiane, mostra come la tecnologia possa aiutare gli allevamenti ad adattarsi a condizioni ambientali mutevoli, comprese quelle indotte dal cambiamento climatico.

In definitiva, i pesci tropicali che nuotano nei nostri mari non sono solo una curiosità biologica; sono un messaggio dal futuro. Ascoltare questo messaggio attraverso un monitoraggio scientifico e costante è il primo passo per preparare sia gli ecosistemi naturali che le attività produttive come l’acquacoltura alle sfide che ci attendono.

Per implementare una strategia di monitoraggio efficace e trasformare il vostro impianto in un modello di acquacoltura 4.0, il passo successivo è ottenere un’analisi personalizzata delle vostre esigenze specifiche e valutare le soluzioni tecnologiche più adatte.

Domande frequenti sul monitoraggio remoto in acquacoltura

Quali sono i parametri più importanti da monitorare in un allevamento ittico?

I parametri vitali sono l’ossigeno disciolto (DO), la temperatura, il pH e la salinità. A questi si aggiungono l’ammonio e i nitriti, soprattutto nei sistemi a ricircolo (RAS), e la torbidità, che può indicare fioriture algali o eccesso di mangime.

Quanto costa installare un sistema di monitoraggio remoto?

Il costo varia enormemente in base alla scala dell’impianto e alla complessità del sistema. Si parte da poche migliaia di euro per un sistema base con 2-3 sensori, fino a decine o centinaia di migliaia di euro per sistemi integrati su larga scala con automazione, software predittivo e robotica. Tuttavia, il ritorno sull’investimento, calcolato sulla base della riduzione della mortalità e dell’ottimizzazione dei mangimi, è spesso molto rapido.

È possibile integrare questi sensori in un impianto già esistente?

Assolutamente sì. La maggior parte delle soluzioni moderne è progettata per essere modulare e può essere installata in impianti esistenti (retrofit). Si possono iniziare a monitorare i parametri più critici e poi espandere il sistema nel tempo, aggiungendo più sensori o funzionalità di automazione.

Scritto da Marco Castelli, Biologo marino senior e ricercatore oceanografico con 15 anni di esperienza nello studio della biodiversità del Mediterraneo. Specializzato nel monitoraggio delle specie invasive e nella conservazione degli habitat costieri italiani.