
In sintesi:
- La scelta del sistema (verticale o orizzontale) dipende dallo spazio disponibile e dal clima, non esiste una soluzione unica per tutta Italia.
- Il segreto dell’efficacia non è una singola pianta, ma la sinergia botanica tra specie diverse, ognuna specializzata nel rimuovere inquinanti specifici come saponi o nutrienti.
- Un impianto di fitodepurazione va gestito come un ecosistema vivente: questo previene i cattivi odori, massimizza l’efficienza e garantisce il rispetto delle normative italiane.
Avere una casa in campagna, un rustico isolato o un rifugio tra le montagne è un sogno per molti. Ma questo sogno si scontra spesso con una realtà molto pratica: l’assenza di un allacciamento alla rete fognaria pubblica. La gestione degli scarichi domestici diventa così una responsabilità diretta, un problema tecnico che può sembrare complesso e costoso. Le soluzioni tradizionali, come le fosse settiche, rappresentano spesso un compromesso, richiedendo manutenzioni periodiche e non risolvendo alla radice il problema dell’inquinamento.
In questo contesto, la fitodepurazione emerge come un’alternativa affascinante. L’idea di usare piante come le canne di palude per purificare l’acqua è la quintessenza di un approccio ecologico e sostenibile. Tuttavia, molte guide si fermano alla superficie, descrivendo il sistema come una semplice “vasca con ghiaia e piante”. Questa visione è incompleta e rischiosa. Il vero potenziale, e il successo a lungo termine di un impianto, non risiedono nella sua installazione meccanica, ma nella comprensione profonda del suo funzionamento come un vero e proprio ecosistema depurativo.
E se la chiave non fosse solo “installare” un filtro, ma “coltivare” un giardino funzionale? Questo articolo va oltre le platitudini. Non ci limiteremo a dire quali piante usare, ma spiegheremo perché la loro combinazione strategica (la loro sinergia botanica) è fondamentale. Analizzeremo come le scelte di progettazione influenzino direttamente la salute dell’impianto, eliminando il rischio di cattivi odori. Affronteremo con chiarezza l’iter burocratico italiano, trasformando un ostacolo percepito in un percorso fattibile. L’obiettivo è fornirvi le conoscenze per creare non solo un sistema di depurazione, ma un elemento resiliente e integrato nel paesaggio, capace di trasformare un problema in una risorsa preziosa.
In questa guida completa, esploreremo passo dopo passo come progettare, realizzare e gestire un impianto di fitodepurazione domestica efficiente e a norma di legge. Partiremo dalle scelte strutturali in base al terreno, approfondiremo il ruolo cruciale delle diverse specie vegetali, e affronteremo gli aspetti pratici e legali per garantire un risultato duraturo e in armonia con l’ambiente.
Sommario: Guida alla creazione di un ecosistema depurativo domestico
- Spazio o efficienza: quale sistema di vasche scegliere in base al terreno disponibile?
- Phragmites o typha: quali piante “mangiano” meglio i saponi e i nutrienti organici?
- Impianto che puzza o profuma: i segreti per non avere cattivi odori in giardino?
- L’errore di buttare oli o candeggina nello scarico che uccide le piante e intasa tutto
- Problemi legali: come ottenere l’autorizzazione allo scarico su suolo con la fitodepurazione?
- Come installare un mini-depuratore biologico in giardino senza permessi complessi?
- Perché le piante giuste puliscono l’acqua meglio del cloro (se il sistema è ben progettato)?
- Come riutilizzare le acque grigie domestiche per ridurre la bolletta idrica del 40%?
Spazio o efficienza: quale sistema di vasche scegliere in base al terreno disponibile?
La prima decisione cruciale nella progettazione di un impianto di fitodepurazione riguarda la sua tipologia, una scelta dettata principalmente da due fattori: lo spazio a disposizione e le condizioni climatiche. Non esiste un sistema “migliore” in assoluto, ma solo quello più adatto al contesto specifico. Le due principali configurazioni sono a flusso verticale (SFS-v) e a flusso orizzontale (SFS-o). Il sistema a flusso verticale è più compatto e richiede meno superficie (circa 3-4 mq per abitante equivalente), rendendolo ideale per terreni di piccole dimensioni o in pendenza. L’acqua viene distribuita in modo intermittente sulla superficie e percola verso il basso, garantendo un’ottima ossigenazione e un’elevata efficienza nella rimozione di sostanze organiche e azoto, specialmente nei climi più freddi come quelli appenninici o del Nord Italia.
Al contrario, il sistema a flusso orizzontale necessita di una superficie maggiore (5-7 mq per abitante equivalente) e funziona con un flusso d’acqua costante che attraversa la vasca orizzontalmente, appena sotto la superficie del substrato. Questo lo rende più semplice da gestire, con una manutenzione ridotta e senza bisogno di pompe se il terreno ha una pendenza naturale adeguata (1-3%). È particolarmente indicato per le zone del Centro-Sud Italia, dove le temperature più miti mantengono alta l’attività biologica per tutto l’anno. Come evidenziato da un’analisi dell’ARPA Piemonte, la scelta dipende da un bilancio attento tra efficienza e ingombro.
Un esempio pratico chiarisce la differenza: per una casa vacanze per 4 persone nel Salento, utilizzata solo d’estate, possono bastare 12-15 mq di fitodepurazione orizzontale. La stessa famiglia, se vivesse stabilmente in una residenza in Trentino, richiederebbe fino a 28 mq con un sistema verticale per assicurare l’efficienza anche con le basse temperature invernali. Questo dimostra come il dimensionamento non sia solo una questione di persone, ma di clima e modalità d’uso.
| Sistema | Superficie necessaria | Efficienza BOD | Zone climatiche ideali | Manutenzione |
|---|---|---|---|---|
| SFS-v (Flusso verticale) | 3-4 mq/AE | 90-95% | Appennino, zone fredde | Media (pompe) |
| SFS-o (Flusso orizzontale) | 5-7 mq/AE | 80-90% | Centro-Sud Italia | Bassa |
| FWS (Flusso libero) | 10-15 mq/AE | 70-80% | Zone umide (evitare) | Alta (zanzare) |
La scelta iniziale del sistema influenza l’intero progetto, dai costi di installazione alla gestione futura, ed è il primo passo per costruire un ecosistema depurativo realmente performante.
Phragmites o typha: quali piante “mangiano” meglio i saponi e i nutrienti organici?
Una volta definita la struttura della vasca, il cuore pulsante dell’ecosistema depurativo sono le piante. Pensare che una specie valga l’altra è un errore comune. La vera efficienza si raggiunge attraverso la sinergia botanica, ovvero la scelta di un mix di piante dove ogni specie svolge un ruolo specifico. La Phragmites australis (canna di palude) è certamente la più nota e potente: le sue radici creano un’intricata rete che trasporta ossigeno in profondità, alimentando i batteri aerobi che demoliscono l’azoto e il fosforo, i principali nutrienti presenti nei reflui. È la colonna vertebrale di quasi ogni impianto.
Tuttavia, non agisce da sola. Per aggredire i tensioattivi dei saponi e dei detersivi, l’Iris pseudacorus (giaggiolo acquatico) è un alleato insostituibile, capace di abbattere fino all’85% di queste molecole. Se poi il problema sono i batteri patogeni, il Juncus effusus (giunco) si rivela un campione, con una capacità di abbattimento dei coliformi che supera il 99%. La Typha latifolia, d’altra parte, è una grande lavoratrice nella riduzione del carico organico generale (BOD), ma è meno efficace sull’azoto rispetto alla Phragmites. Creare un mix di queste specie significa costruire una squadra di specialisti che lavorano insieme per una depurazione completa.

L’immagine sopra mostra la fitta rete di radici della Phragmites australis, il vero “motore” del sistema, dove si annida il biofilm batterico responsabile della depurazione. La scelta non si basa quindi su “Phragmites o Typha”, ma su “Phragmites E Iris E Juncus”, in proporzioni studiate in base al tipo di scarico. Per un’abitazione standard, una buona regola è dedicare il 60-70% della superficie alla Phragmites e il restante 30-40% a un mix di specie secondarie come Iris, Juncus e Carex, per garantire una resilienza biologica e un’efficacia su un ampio spettro di inquinanti.
Questo approccio sinergico permette di affrontare in modo mirato i diversi componenti dei reflui domestici, come spiegato in dettaglio da studi sulla fitobonifica. La tabella seguente riassume i “superpoteri” di alcune delle piante autoctone più efficaci.
| Pianta | Superpotere depurativo | Efficienza rimozione | Periodo attivo |
|---|---|---|---|
| Phragmites australis | Azoto e fosforo | 90% N, 85% P | Tutto l’anno |
| Iris pseudacorus | Tensioattivi detersivi | 85% MBAS | Marzo-Novembre |
| Carex riparia | Metalli pesanti | 70% Pb, 65% Cd | Aprile-Ottobre |
| Juncus effusus | Batteri patogeni | >99% coliformi | Sempreverde |
| Typha latifolia | BOD/COD | 90% BOD | Maggio-Settembre |
| Lythrum salicaria | Composti fenolici | 75% fenoli | Giugno-Settembre |
La scelta delle piante trasforma la vasca da un semplice contenitore a un reattore biologico vivo, efficiente e specializzato.
Impianto che puzza o profuma: i segreti per non avere cattivi odori in giardino?
Una delle maggiori paure legate alla fitodepurazione è la possibile generazione di cattivi odori. Un impianto ben progettato e gestito, tuttavia, non puzza. Anzi, può diventare un angolo profumato del giardino. Se si manifestano odori sgradevoli, questi sono un sintomo, un segnale che il metabolismo dell’impianto è in sofferenza. Imparare a decifrare questi segnali è fondamentale. Un odore di uova marce (idrogeno solforato) indica condizioni anaerobiche: l’ossigeno non arriva in profondità, probabilmente a causa di un intasamento del primo strato di ghiaia o di un carico idraulico troppo continuo. Un classico odore di fogna, invece, segnala un sovraccarico organico: stiamo immettendo più “cibo” di quanto i batteri riescano a digerire.
Altri segnali sono più sottili. Un odore di ammoniaca suggerisce un processo di nitrificazione incompleto, forse per una densità di piante insufficiente o per temperature troppo basse. Un odore di acqua stagnante, infine, è il più semplice da diagnosticare: l’acqua non fluisce correttamente, magari per una pendenza errata o per un’ostruzione nei tubi. La soluzione non è mai mascherare l’odore, ma intervenire sulla causa: ridurre temporaneamente il carico, controllare i livelli, pulire i tubi o, nei casi più seri, verificare la stratigrafia del substrato.
Ma perché fermarsi all’assenza di odori? Con un design intelligente, l’impianto può diventare un vero e proprio giardino funzionale e profumato. L’esperienza di un agriturismo nel Chianti è illuminante: per risolvere i problemi di odore, hanno trasformato l’ultimo stadio del loro sistema in un “giardino sensoriale”. Hanno piantato Mentha aquatica lungo i bordi, Lythrum salicaria e Filipendula ulmaria nelle zone centrali e di uscita. Queste piante non solo completano la depurazione rimuovendo gli ultimi nutrienti, ma rilasciano profumi naturali nell’aria, trasformando l’area tecnica in un’oasi che oggi attira decine di specie di farfalle. Questo dimostra che è possibile andare oltre la semplice funzionalità per integrare bellezza ed ecologia.
Un impianto sano non solo lavora in silenzio e senza odori, ma contribuisce attivamente alla biodiversità e alla piacevolezza del giardino.
L’errore di buttare oli o candeggina nello scarico che uccide le piante e intasa tutto
L’errore più grave che si possa commettere con un impianto di fitodepurazione è trattarlo come una fognatura tradizionale. Versare sostanze come oli da cucina, grassi o prodotti chimici aggressivi come candeggina, disgorganti o ammoniaca equivale a somministrare un veleno al proprio ecosistema depurativo. Gli oli e i grassi non sono biodegradabili dai batteri del sistema; al contrario, si solidificano e creano una pellicola impermeabile sulla superficie del substrato e sulle radici, soffocando il biofilm batterico e bloccando il flusso dell’acqua. Il risultato è un intasamento quasi irreversibile che richiede un intervento di rimozione manuale della ghiaia.
I prodotti chimici, in particolare quelli a base di cloro come la candeggina, hanno un effetto ancora più devastante. Agiscono come un disinfettante, sterminando la popolazione di batteri “buoni” che costituisce il motore della depurazione. L’intero metabolismo dell’impianto si blocca istantaneamente. Le piante subiscono uno shock chimico, le radici si danneggiano e la capacità depurativa crolla a zero. L’impianto non solo smette di funzionare, ma l’acqua non trattata può finire per inquinare il suolo circostante. È fondamentale adottare detergenti e saponi ecologici, completamente biodegradabili, per proteggere questo delicato equilibrio.

L’immagine mostra l’effetto devastante della candeggina sulle radici, che appaiono necrotizzate e ricoperte da un biofilm alterato, incapace di svolgere la sua funzione. Ma cosa fare se l’incidente è già avvenuto? Bisogna agire rapidamente con un “pronto soccorso biologico”. La prima cosa è diluire massicciamente la sostanza tossica scaricando una grande quantità di acqua pulita, per poi sospendere completamente l’afflusso di reflui per 24-48 ore. Successivamente, è cruciale introdurre un attivatore batterico biologico per “rinseminare” l’impianto e accelerare la ripresa della flora microbica. Solo dopo alcuni giorni si potrà riprendere gradualmente il carico normale.
Piano d’azione: pronto soccorso per intossicazione chimica
- Diluizione Immediata: Appena versato il prodotto chimico, scaricare almeno 500 litri di acqua pulita nel sistema per diluire la concentrazione del tossico.
- Sospensione del Carico: Interrompere completamente l’invio di acque reflue all’impianto per un periodo di 24-48 ore per permettere al sistema di stabilizzarsi.
- Verifica del pH: Controllare il pH dell’acqua in uscita con delle semplici cartine tornasole. Il valore deve rientrare nell’intervallo di sicurezza 6.5-8.5.
- Reinoculo Batterico: Introdurre un attivatore batterico biologico specifico per fosse settiche (circa 20g per ogni metro quadrato di superficie della vasca) per ripopolare la flora microbica.
- Ripresa Graduale: Dopo 72 ore, riprendere ad alimentare l’impianto con il 30% del carico idraulico normale, aumentando progressivamente fino al 100% nell’arco di 10 giorni.
La prevenzione, attraverso l’uso di prodotti compatibili, resta la strategia migliore per garantire una lunga vita e un’efficienza costante al proprio ecosistema depurativo.
Problemi legali: come ottenere l’autorizzazione allo scarico su suolo con la fitodepurazione?
Affrontare la burocrazia è spesso visto come l’ostacolo più grande, ma con un approccio corretto, ottenere l’autorizzazione per un impianto di fitodepurazione è un processo strutturato e fattibile. In Italia, qualsiasi scarico di acque reflue domestiche non recapitato in pubblica fognatura deve essere autorizzato dal Comune, come previsto dal Decreto Legislativo 152/2006. La fitodepurazione è riconosciuta come una soluzione tecnica valida, ma deve essere progettata e documentata a dovere. La procedura standard prevede la presentazione di una domanda di Autorizzazione Unica Ambientale (AUA) o una procedura semplificata allo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP) del proprio Comune.
La chiave del successo è presentare un progetto completo e professionale. Questo deve includere: una relazione geologica che attesti l’idoneità del terreno, una relazione tecnica-progettuale firmata da un professionista abilitato (ingegnere, geologo o agronomo) che descriva in dettaglio l’impianto (dimensionamento, materiali, piante scelte), e un piano di manutenzione. È fondamentale verificare i regolamenti locali e regionali: spesso le Regioni o i Comuni impongono limiti allo scarico più restrittivi di quelli nazionali, specialmente per parametri come azoto e fosforo. Un confronto con l’ufficio tecnico comunale e l’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) di competenza è sempre un passo consigliato per evitare sorprese. I tempi medi per ottenere l’autorizzazione per impianti sotto i 50 abitanti equivalenti si aggirano sui 120 giorni, ma molte amministrazioni hanno snellito le procedure.
Il caso di Maria, proprietaria di un casale isolato in Umbria, è un esempio virtuoso. Ha ottenuto l’autorizzazione in 90 giorni presentando un progetto impeccabile che non solo rispettava la legge, ma valorizzava l’acqua depurata. Il suo impianto a flusso orizzontale prevedeva uno scarico finale in una vasca di accumulo, con riutilizzo dell’acqua per l’irrigazione del frutteto. Questo approccio, che trasforma il “refluo” in “risorsa”, è stato molto apprezzato dagli enti. La documentazione dettagliata e un piano di monitoraggio trimestrale concordato con l’ARPA Umbria sono stati decisivi. Questo dimostra che una progettazione accurata non solo garantisce l’autorizzazione, ma apre la strada a un uso intelligente dell’acqua, come confermano le linee guida di enti come l’ISPRA, che evidenziano parametri più restrittivi in molte regioni.
Affidarsi a un professionista esperto per la redazione del progetto non è un costo, ma un investimento che garantisce la conformità legale e la tranquillità a lungo termine.
Come installare un mini-depuratore biologico in giardino senza permessi complessi?
Il mercato offre oggi numerosi “kit di fitodepurazione” o “mini-depuratori biologici” prefabbricati, spesso pubblicizzati come soluzioni “chiavi in mano” semplici e veloci. Questa opzione può essere allettante, specialmente per chi non ha tempo o competenze per un approccio “fai-da-te”. Un kit certificato offre il vantaggio di avere tutti i componenti pre-dimensionati e garantiti (vasche, teli, a volte anche le piante), oltre a una certificazione di performance (marcatura CE) che può semplificare il dialogo con gli enti in fase di autorizzazione. Il costo di un kit per una famiglia di 4 persone si attesta generalmente tra i 3.500 e i 4.500 euro, esclusa l’installazione.
Tuttavia, è fondamentale sfatare un mito pericoloso: “senza permessi complessi” non significa “senza permessi”. Anche l’installazione di un sistema prefabbricato è soggetta alla normativa sugli scarichi fuori fognatura. Come sottolinea l’ingegnere Roberto Mazzoni dell’ISPRA, l’autorizzazione allo scarico è quasi sempre necessaria. La “semplificazione” riguarda la procedura burocratica (spesso una CILA o una SCIA invece di un permesso più oneroso), non l’esenzione dall’obbligo autorizzativo.
Anche i sistemi ‘mini’ o prefabbricati richiedono quasi sempre una comunicazione al Comune (CILA o SCIA) e soprattutto l’autorizzazione allo scarico, che non è mai ‘libera’. La differenza sta solo nella procedura semplificata per impianti sotto i 50 AE.
– Ing. Roberto Mazzoni, Linee Guida Controlli Fitodepurazione ISPRA
L’alternativa del fai-da-te (DIY) può essere economicamente vantaggiosa, con un costo per i materiali che può essere anche la metà di un kit. Tuttavia, questa strada richiede competenze, tempo e una grande attenzione alla progettazione per evitare errori che comprometterebbero l’efficacia e renderebbero difficile ottenere l’autorizzazione. Un impianto autoprodotto non avrà una certificazione di rendimento, quindi la sua efficacia dovrà essere dimostrata tramite una relazione tecnica più robusta. La scelta tra kit e fai-da-te è un bilancio tra costo, tempo, competenze e garanzie desiderate.
| Voce di costo | DIY fai-da-te | Kit certificato |
|---|---|---|
| Materiali base | 800-1.200€ | Inclusi |
| Telo EPDM | 400-600€ | Incluso |
| Ghiaia/inerti | 300-500€ | Inclusi |
| Piante (16-20 pz) | 150-200€ | Incluse certificate |
| Certificazione prestazioni | Non disponibile | Inclusa CE |
| Garanzia | Nessuna | 5 anni |
| TOTALE | 1.650-2.500€ | 3.500-4.500€ |
I kit possono accelerare il processo, ma la responsabilità legale e la necessità di un progetto conforme alla normativa locale rimangono invariate.
Perché le piante giuste puliscono l’acqua meglio del cloro (se il sistema è ben progettato)?
Il confronto tra fitodepurazione e sistemi di depurazione tradizionali, come quelli che utilizzano il cloro, fa emergere una differenza fondamentale di approccio: da una parte un processo biologico complesso, dall’altra un trattamento chimico aggressivo. Il cloro è un potente disinfettante, efficace nell’uccidere i batteri, ma il suo utilizzo presenta notevoli controindicazioni. È una sostanza tossica che, reagendo con la materia organica, può creare sottoprodotti potenzialmente dannosi (trialometani). Inoltre, la sua efficacia è legata a un dosaggio preciso e a una corretta manutenzione, spesso carente nei piccoli impianti domestici. Un depuratore a cloro mal gestito può facilmente fallire nel raggiungere gli standard di depurazione richiesti.
La fitodepurazione, al contrario, non “uccide”, ma “trasforma”. Il processo non si limita a disinfettare, ma rimuove attivamente i nutrienti (azoto e fosforo), causa principale dell’eutrofizzazione dei corsi d’acqua. Il lavoro è svolto da un’intera comunità di organismi: le radici delle piante forniscono l’habitat e l’ossigeno; una vasta popolazione di batteri e microrganismi (il biofilm) esegue la trasformazione chimica degli inquinanti; e le piante stesse assorbono una parte dei nutrienti per la loro crescita. Questa complessità si traduce in un’elevata resilienza biologica e in un’efficacia depurativa sorprendente. Studi del CNR-IRSA hanno dimostrato che impianti ben progettati raggiungono un abbattimento dei coliformi fecali superiore al 99%, performance spesso migliori di quelle di piccoli depuratori tradizionali.
L’esempio dell’impianto di Melendugno, in Puglia, porta questo concetto su larga scala. Nato per servire oltre 20.000 abitanti, il sistema utilizza otto ettari di bacini di fitodepurazione con Phragmites australis come post-trattamento. I risultati sono eccezionali: riduzione del carico organico del 95%, dell’azoto del 92% e dei coliformi fecali del 99.9%. Ma il risultato più straordinario è che l’impianto si è trasformato in un’oasi naturalistica, una zona umida che oggi ospita 47 specie di uccelli migratori. Questo dimostra la superiorità del modello: un depuratore tradizionale risolve un problema, un ecosistema depurativo risolve un problema E crea valore ecologico, paesaggistico e di biodiversità.
Scegliere la fitodepurazione non significa solo depurare l’acqua, ma investire in un processo rigenerativo che lavora in armonia con i cicli naturali.
Punti chiave da ricordare
- La fitodepurazione non è un prodotto, ma un processo biologico: il suo successo dipende dalla gestione attiva e non solo dall’installazione.
- La combinazione strategica di diverse specie di piante (sinergia botanica) è più efficace di una monocoltura per abbattere tutti gli inquinanti domestici.
- Ogni autorizzazione allo scarico in Italia è un processo locale: il dialogo con il Comune e l’ARPA è un passo imprescindibile prima di iniziare qualsiasi lavoro.
Come riutilizzare le acque grigie domestiche per ridurre la bolletta idrica del 40%?
Il vero traguardo di un impianto di fitodepurazione non è solo avere uno scarico a norma, ma trasformare un rifiuto in una risorsa preziosa: l’acqua. Le acque reflue depurate da un sistema ben funzionante sono una fonte idrica secondaria di grande valore, specialmente in un contesto di crescente siccità e aumento dei costi dell’acqua potabile. Riutilizzare quest’acqua per usi non potabili permette di ottenere un significativo risparmio economico e di ridurre la pressione sulla rete idrica pubblica. Una famiglia media di 4 persone può generare circa 80-100 metri cubi di acque grigie (provenienti da docce, lavabi e lavatrice) all’anno. Depurare e riutilizzare anche solo una parte di questo volume ha un impatto notevole.
I calcoli basati sulle tariffe idriche attuali mostrano che una famiglia di 4 persone può ottenere un risparmio che può raggiungere i 45 metri cubi di acqua all’anno riutilizzando le acque grigie depurate per lo sciacquone del WC e per l’irrigazione del giardino. Con un costo medio dell’acqua di circa 4€ al metro cubo, questo si traduce in un risparmio diretto in bolletta di circa 180€ all’anno. Per fare ciò, è necessario prevedere un sistema a “doppia linea”: una linea per le acque nere (dal WC) che va direttamente al trattamento primario (fossa Imhoff) e poi alla fitodepurazione, e una linea separata per le acque grigie, che possono essere inviate a un sistema di fitodepurazione dedicato e più compatto. L’acqua in uscita da quest’ultimo viene raccolta in un serbatoio di accumulo, pronta per essere riutilizzata.
Tuttavia, il riutilizzo è regolamentato dal Decreto Ministeriale 185/2003, che definisce chiaramente gli usi consentiti per le acque reflue depurate. È fondamentale rispettare queste norme per garantire la sicurezza sanitaria. Gli usi principali e sicuri per l’acqua trattata da un impianto domestico sono:
- Irrigazione di giardini ornamentali, prati e siepi.
- Alimentazione delle cassette di scarico dei WC (uno degli usi più efficienti).
- Lavaggio di aree esterne, cortili e automobili.
- Irrigazione di frutteti e orti, ma con delle precauzioni: è consentita l’irrigazione a goccia o per sommersione (sub-irrigazione), ma è vietata l’irrigazione a pioggia su ortaggi da foglia o frutti destinati al consumo crudo.
È assolutamente vietato, invece, utilizzare l’acqua depurata per usi potabili, per cucinare, per riempire piscine o per l’igiene personale. Integrare il riutilizzo nel progetto iniziale non solo massimizza i benefici economici, ma presenta anche un forte argomento a favore dell’autorizzazione, dimostrando un approccio virtuoso e circolare alla gestione dell’acqua.
Per iniziare a progettare un sistema che non solo depura ma crea valore, il primo passo è ottenere un’analisi personalizzata basata sulle caratteristiche specifiche del vostro terreno e delle vostre esigenze abitative.